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Fine vita, il Veneto approva la prima legge di una Regione di centrodestra: ecco come funziona

Il Veneto diventa la prima Regione amministrata dal centrodestra ad approvare una legge che disciplina tempi e procedure dell’assistenza sanitaria al suicidio medicalmente assistito. Il Consiglio regionale ha dato il via libera il 2 settembre 2026 al progetto di legge di iniziativa popolare “Liberi subito”, profondamente modificato durante l’esame dell’aula, con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astensioni. Il provvedimento era già arrivato in Consiglio nel gennaio 2024 senza riuscire a superare l’esame degli articoli. Ripresentato nella nuova legislatura, è stato approvato dopo due giorni di discussione e una serie di emendamenti destinati ad adeguarne il contenuto ai principi stabiliti dalla Corte costituzionale. Il Veneto diventa così la quarta Regione italiana a intervenire sulla materia dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna.


La legge non introduce un autonomo “diritto alla morte”, ma organizza sul piano sanitario regionale le procedure necessarie per dare attuazione alle condizioni individuate dalla sentenza n. 242 del 2019 della Corte costituzionale, depositata il 22 novembre 2019. La Consulta ha escluso la punibilità dell’aiuto al suicidio in presenza di specifici requisiti: la persona deve essere affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili, essere mantenuta in vita attraverso trattamenti di sostegno vitale e risultare pienamente capace di assumere decisioni libere e consapevoli. La verifica delle condizioni e delle modalità di esecuzione deve avvenire nell’ambito del Servizio sanitario nazionale, con il coinvolgimento delle strutture competenti e degli organismi etici previsti.


Uno dei punti centrali della normativa veneta riguarda proprio il percorso attraverso il quale le richieste dovranno essere esaminate. Gli emendamenti promossi dal presidente della Regione Alberto Stefani hanno modificato sensibilmente la proposta originaria, rafforzando il ruolo delle cure palliative e degli organismi chiamati alla valutazione clinica ed etica. Prima che il percorso possa procedere, il paziente deve essere informato sulla possibilità di accedere alle cure palliative e sulle alternative terapeutiche disponibili. Nella commissione incaricata di valutare la richiesta viene inoltre rafforzata la presenza del medico palliativista, chiamato a esprimere il proprio contributo professionale sulla situazione del paziente e sulle possibilità assistenziali esistenti.


La legge prevede inoltre l’istituzione di un Comitato Bioetico Regionale, nominato dalla Giunta, con il compito di fornire indirizzi ai comitati bioetici di pratica clinica territoriali. L’obiettivo è rendere maggiormente omogenee le valutazioni e ridurre il rischio che richieste analoghe vengano trattate in maniera differente nelle diverse aziende sanitarie. Un altro elemento rilevante riguarda la posizione dei professionisti sanitari: viene tutelata la volontarietà del medico nell’assistenza alla procedura. Il provvedimento cerca quindi di conciliare l’accesso al percorso riconosciuto dalla giurisprudenza costituzionale con la libertà del personale sanitario e con un rafforzamento delle garanzie cliniche e bioetiche.


L’approvazione ha avuto anche un forte significato politico perché ha attraversato gli schieramenti. Lega e Forza Italia hanno lasciato libertà di coscienza ai propri consiglieri, mentre Fratelli d’Italia si è espresso in maniera nettamente contraria. Una parte del centrodestra ha così votato insieme alle opposizioni. Tra i sostenitori del provvedimento anche Luca Zaia, oggi presidente del Consiglio regionale, che da tempo chiedeva una disciplina capace di offrire una risposta amministrativa ai casi ammessi dalla Corte costituzionale. Dal 2019, secondo i dati richiamati dallo stesso Zaia, in Veneto sono state presentate 31 domande, ma soltanto tre hanno ottenuto l’autorizzazione del comitato etico: numeri che mostrano quanto ristretto sia il perimetro delle situazioni concretamente interessate.


Il voto veneto riporta contemporaneamente al centro il problema delle competenze tra Stato e Regioni. La materia del fine vita tocca infatti diritti fondamentali, ordinamento civile e organizzazione sanitaria, creando un confine giuridico particolarmente delicato. La Corte costituzionale è già intervenuta sulle normative regionali per delimitare gli spazi nei quali le Regioni possono muoversi, motivo per cui il testo veneto è stato corretto rispetto alla formulazione originaria. La scelta è stata quella di concentrarsi sull’organizzazione delle procedure sanitarie necessarie a verificare condizioni già definite dalla giurisprudenza costituzionale, evitando di creare nuovi requisiti sostanziali per l’accesso al suicidio medicalmente assistito.


L’esperienza del Veneto assume così una rilevanza che supera i confini regionali. L’approvazione in una Regione guidata dal centrodestra dimostra come il tema attraversi le tradizionali appartenenze politiche e continui a essere affrontato soprattutto attraverso il voto di coscienza. Allo stesso tempo, la progressiva diffusione di discipline regionali differenti aumenta la pressione sul Parlamento affinché definisca un quadro nazionale uniforme. Nel frattempo, la sanità veneta dovrà tradurre le nuove disposizioni in procedure operative, coordinando aziende sanitarie, medici, palliativisti e organismi bioetici e garantendo che ogni richiesta venga valutata secondo i requisiti fissati dalla Corte costituzionale e le garanzie introdotte dalla nuova normativa regionale.

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