Storari sfida le imprese: fermare lo sfruttamento cambiando le filiere

Al Festival dell’Impresa il pm di Milano critica i controlli di facciata e rivendica oltre 70 mila lavoratori stabilizzati.
Colpire chi sfrutta i lavoratori serve a poco se il sistema che rende conveniente l’abuso rimane intatto. Lo afferma Paolo Storari, sostituto procuratore a Milano, intervenuto al Festival dell’Impresa di Bergamo. Il suo obiettivo è cambiare l’organizzazione delle aziende, arrivando fino ai committenti. Un processo che dura anni e termina con una pena sospesa, osserva, rischia di lasciare immutate le condizioni nelle quali lo sfruttamento si riproduce.
Il problema attraversa settori diversi: moda, logistica, distribuzione, edilizia. La produzione e i servizi vengono affidati all’esterno, con fornitori, cooperative e subappaltatori. Negli ultimi passaggi della filiera possono concentrarsi salari insufficienti, turni eccessivi e contributi non versati; il vantaggio economico può risalire fino all’impresa che ordina il lavoro. Arrestare il gestore irregolare non basta, sostiene il magistrato, quando una nuova società può prenderne rapidamente il posto.
Storari distingue la partecipazione consapevole agli abusi dall’incapacità di riconoscere e prevenire ciò che accade presso i fornitori. Non sostiene che ogni marchio conosca lo sfruttamento: racconta che molte iniziative riguardano proprio situazioni nelle quali al committente non viene attribuito il dolo. Il nodo diventa allora la qualità dell’organizzazione e dei controlli. La distanza contrattuale dal laboratorio non deve trasformarsi in un alibi per disinteressarsi delle condizioni di chi produce.
Uno degli strumenti è l’amministrazione giudiziaria delle aziende, disciplinata dall’articolo 34 del decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159. Nei casi stabiliti dalla norma può riguardare attività economiche che agevolano persone sottoposte a procedimento anche per sfruttamento del lavoro. A disporla è il tribunale, che nomina l’amministratore e stabilisce le modalità dell’intervento tenendo conto della prosecuzione dell’attività. Il percorso di risanamento va distinto da una condanna penale del committente.
Il bersaglio polemico del pm è la «compliance cosmetica»: regole e certificazioni che non intercettano gli abusi. Gli audit preannunciati, spiega, perdono efficacia quando permettono di preparare una rappresentazione artificiale del luogo di lavoro. Se il sospetto riguarda attività notturne, una visita diurna annunciata può non cogliere il problema. La vigilanza, nella sua impostazione, deve iniziare dalla scelta del fornitore e continuare durante il rapporto.
Gli esempi portati al Festival sono concreti. Chi entra in un laboratorio per controllare i materiali non può ignorare lavoratori sorvegliati con modalità intimidatorie o persone costrette a dormire negli stessi locali della produzione. Anche i consumi elettrici possono suggerire approfondimenti: bollette che indicano un’attività intensa durante la notte sono un segnale da interpretare, non una prova automatica di illecito. Nella logistica, aggiunge, l’attenzione può partire dagli omessi versamenti dell’Iva e dei contributi.
L’intervento, per Storari, deve preservare la continuità dell’impresa. L’obiettivo è rimuovere le condizioni che favoriscono gli abusi, tutelando occupazione, attività produttiva ed entrate fiscali. Il magistrato sostiene che le aziende interessate non siano fallite a seguito dell’intervento e alcune abbiano aumentato il fatturato. Aggiunge che vengono effettuati controlli anche a distanza di due o tre anni e descrive una bassa ricaduta nelle irregolarità.
Il risultato sociale che rivendica è la stabilizzazione di oltre 70 mila persone in quattro anni. Il meccanismo descritto è quello di lavoratori che continuano a svolgere le medesime mansioni ma passano ripetutamente da una cooperativa all’altra, mentre le società chiudono e riaprono. La frammentazione dei rapporti rende precaria anche la vita fuori dal posto di lavoro: un’anzianità contrattuale continuamente interrotta può ostacolare perfino l’accesso a un finanziamento.
Un altro effetto riguarda le imprese che decidono di correggersi prima di un provvedimento. Storari racconta di legali che si presentano per conto di aziende intenzionate a regolarizzare la propria organizzazione senza aspettare un’indagine. Considera questo adempimento spontaneo una conquista. Per le imprese corrette, il problema ha anche un risvolto competitivo: chi risparmia su contributi e diritti può offrire prezzi che penalizzano chi sostiene integralmente il costo del lavoro e rispetta le regole.
A chi teme che controlli più rigorosi spingano la produzione all’estero, il magistrato risponde contestando l’idea che la delocalizzazione risolva il problema della legalità. Critica inoltre i modelli organizzativi standardizzati, costruiti per piccole aziende familiari come se fossero grandi gruppi internazionali. Il valore delle procedure, nella sua prospettiva, dipende dalla capacità di incidere sui comportamenti: pagare il dovuto, assumere regolarmente e modificare davvero la gestione dei rapporti con i fornitori.
Il discorso si estende alla vigilanza privata, alle pulizie negli alberghi, ai rider e all’agricoltura. Storari richiama la difficoltà di vivere a Milano con una retribuzione di 700 euro mensili e collega i prezzi apparentemente convenienti di beni e servizi alle condizioni di chi li rende possibili. Nella sua esperienza, anche una conversazione con gli addetti alla sicurezza davanti al Palazzo di giustizia o una segnalazione raccolta dai carabinieri delle piccole stazioni può far emergere situazioni rimaste a lungo invisibili.


























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