Acciaio, l’allarme di Marcegaglia: cento euro in più per tonnellata
Al Festival dell’Impresa il confronto con de Bortoli su costi, transizione ambientale e futuro della manifattura italiana

Cento euro in più per ogni tonnellata di acciaio, su un prodotto che ne vale tra 800 e 1.000. È il sovraccosto energetico indicato da Emma Marcegaglia per descrivere lo svantaggio che può colpire un produttore rispetto ai concorrenti esteri. Un divario capace di assorbire margini e condizionare la destinazione degli investimenti. Al Festival dell’Impresa di Bergamo, nel confronto con Ferruccio de Bortoli, la presidente di Marcegaglia Holding ha riportato il prezzo dell’elettricità al centro della questione industriale.
Il caso concreto è la Francia, dove il gruppo prepara uno sviluppo siderurgico a Fos-sur-Mer. Per il progetto francese, Marcegaglia ha citato forniture elettriche a 60 euro al megawattora per dieci o quindici anni, contrapponendole ai 200 euro richiamati per l’Italia. Sono condizioni che, secondo l’imprenditrice, pesano sulla scelta del luogo in cui investire. La disponibilità di energia a prezzi prevedibili diventa decisiva quando un impianto richiede capitali ingenti e tempi lunghi per recuperarli.
Il progetto francese, denominato Mistral, prevede un investimento nell’ordine di un miliardo di euro. Nell’aprile 2026 il gruppo ha annunciato l’accordo con Danieli per realizzare l’acciaieria e il laminatoio: la capacità prevista supera due milioni di tonnellate annue di acciaio da forno elettrico, con forniture destinate soprattutto agli stabilimenti italiani. L’annuncio colloca la decisione finale d’investimento entro la fine del 2026, subordinandola alle autorizzazioni e ad altre condizioni.
Per ridurre lo svantaggio italiano, Marcegaglia propone di accelerare sulle rinnovabili, alleggerire gli ostacoli autorizzativi e organizzare acquisti comuni di gas a livello europeo. Nel mix energetico include anche il nucleare, accompagnandolo però a una precisazione: le nuove tecnologie non garantiscono automaticamente elettricità meno costosa. Il loro contributo riguarda anche la possibilità di produrre energia a basse emissioni, da valutare insieme alla sostenibilità economica delle forniture.
La decarbonizzazione attraversa tutto il ragionamento. L’imprenditrice rivendica gli investimenti del gruppo nelle fonti rinnovabili e nella cattura della CO2, ma chiede che gli obiettivi ambientali siano compatibili con tecnologie disponibili e risorse finanziarie. Il problema, nella sua lettura, è evitare che la transizione comprima la capacità delle imprese di investire negli stessi impianti necessari a ridurre le emissioni. Costi energetici e trasformazione produttiva finiscono così per incidere sulle medesime decisioni.
Da qui la richiesta di intervenire sull’Ets, il sistema europeo di scambio delle quote di emissione. Marcegaglia propone di mantenerlo, limitando il prezzo delle quote e destinando più risorse alle aziende per finanziare gli investimenti ambientali. Il meccanismo impone agli impianti interessati di coprire le emissioni con quote, entro un tetto complessivo che diminuisce nel tempo; il loro prezzo si forma sul mercato.
La critica alle politiche industriali europee si accompagna alla difesa dell’Unione. Per Marcegaglia, il mercato comune conserva un valore strategico, insieme alla democrazia, ai diritti e alla protezione sociale. La sua indicazione è rafforzare l’Europa, correggendone le debolezze. Le scelte energetiche e ambientali influenzano la capacità del sistema produttivo di competere e di mantenere attività industriali sul territorio.
Il confronto si è soffermato anche sull’ex Ilva. Marcegaglia ha mantenuto prudenza sulla procedura di vendita, richiamando la gara in corso e le difficoltà competitive dell’azienda. De Bortoli ha allargato la riflessione al rapporto tra industria e società: il caso di Taranto mostra quanto sia complesso conciliare produzione, occupazione, ambiente e salute. Per il giornalista, il futuro industriale dipende anche dalla disponibilità del Paese ad affrontare questi conflitti e a governarne le conseguenze.
Rinunciare alla produzione di acciaio di base, osserva de Bortoli, avrebbe effetti su filiere che si estendono dalla meccanica all’alimentare. A questa fragilità si aggiungono le dimensioni delle imprese e un mercato dei capitali che giudica poco dinamico. La capacità di adattamento dei territori resta una risorsa: la Brianza, citata nel dibattito, mostra come diversificare le produzioni possa aiutare a reggere i cambiamenti. Crescere richiede però anche strumenti finanziari e condizioni favorevoli agli investimenti.
Un altro passaggio riguarda l’intelligenza artificiale, da integrare con robotica, automazione e gestione dei dati nelle fabbriche. Marcegaglia ha descritto il lavoro del gruppo per ripensare processi e rapporti con clienti e fornitori. Accanto agli specialisti digitali servono tecnici capaci di seguire la produzione e mantenere gli impianti. La difficoltà nel trovare manutentori preparati, richiamata dall’imprenditrice, porta il dibattito dentro scuole e percorsi formativi, dove si costruiscono le competenze richieste dalle aziende.
























Commenti