Stati Uniti e Cina: due potenze che continuano a specchiarsi

Francesco Costa e Simone Pieranni leggono venticinque anni di rivalità, crisi e trasformazioni parallele.
Stati Uniti e Cina vengono spesso rappresentati come due blocchi contrapposti e compatti. Il confronto tra Francesco Costa e Simone Pieranni propone invece una lettura più complessa: entrambe le potenze contengono fratture interne, differenze territoriali e tensioni sociali che rendono insufficienti le definizioni semplicistiche di “America” e “Cina”.
Il punto di partenza è l’11 settembre 2001, una cesura che continua a produrre conseguenze sulla politica statunitense. Sorveglianza di massa, guerre in Medio Oriente, crisi economiche e complottismo si inseriscono in una fase nella quale gli Stati Uniti hanno progressivamente perso la certezza di essere l’unica potenza destinata a guidare l’ordine mondiale. Il trumpismo viene letto non come origine di questa crisi, ma come una sua manifestazione e al tempo stesso come elemento capace di radicalizzarla.
Nello stesso periodo cambia lo sguardo cinese sull’America. Tra anni Ottanta e Novanta gli Stati Uniti rappresentavano un modello di modernità e consumo. L’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio, le guerre statunitensi e la crisi finanziaria del 2007-2008 modificano quella percezione. Pechino cresce come fabbrica del mondo e comincia a osservare Washington non più dal basso, ma da una posizione di crescente competizione.
La rivalità riguarda oggi commercio, terre rare, tecnologia e intelligenza artificiale, ma si alimenta anche delle fragilità interne. Negli Stati Uniti pesano costo della vita e polarizzazione; in Cina emergono disoccupazione giovanile e crisi immobiliare.
Costa e Pieranni insistono però sulla pluralità. Esistono molte Americhe, ben oltre New York, California o la caricatura dell’America profonda; allo stesso modo le differenze tra città e campagne, generazioni e classi sociali impediscono di considerare la Cina come un organismo uniforme. Questa complessità suggerisce che la competizione globale non possa essere compresa solo attraverso i leader o gli indicatori macroeconomici. Le trasformazioni decisive avvengono anche nei territori, nelle politiche locali e nelle comunità che sfuggono alle narrazioni più comode.






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