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Quando Internet sembrava ancora un luogo da costruire

13 set
Tempo di lettura: 3 min
Caruso e Fantoni rileggono la rete prima dei social, tra comunità, nostalgia, attenzione e perdita della frizione.
Caruso e Fantoni rileggono la rete prima dei social, tra comunità, nostalgia, attenzione e perdita della frizione.

Internet non è sempre stato il luogo che conosciamo oggi, dominato da piattaforme, metriche e algoritmi. Nell’incontro di Festivaletteratura, Eleonora C. Caruso e Lorenzo Fantoni, dialogando con Dario Bassani, hanno riportato lo sguardo su una fase della rete in cui collegarsi significava entrare in un territorio ancora incerto, ma attraversato da un’idea potente: quella di uno spazio da costruire insieme.

Per Caruso, Internet non è mai stato soltanto uno strumento. È stato un luogo di formazione, frequentato fin dalla preadolescenza, dove incontrare persone con le stesse passioni e scoprire comunità difficili da trovare nella vita quotidiana. Questa esperienza spiega perché la rete sia entrata presto nella sua narrativa. Quando esordì nel 2012 con Comunque vada non importa, raccontare Facebook e relazioni online significava portare nella letteratura una parte di realtà ancora poco rappresentata.

Quella intuizione ritorna in Backroom, il romanzo pubblicato nel 2026, dove la nostalgia per gli anni Novanta diventa materia narrativa e lente sul presente. Il protagonista sogna di ricostruire un mondo precedente alla trasformazione della rete e si ritira con una comunità di millennial in un vecchio baglio siciliano. Non è una celebrazione ingenua del passato: gli anni Novanta rappresentano il momento in cui sembrava ancora possibile immaginare una direzione diversa.

Fantoni affronta lo stesso nodo nel saggio Quel che non è salvato è perso. L’internet che abbiamo avuto. Il suo racconto attraversa portali, blog, forum e culture digitali nate prima che i social network diventassero il principale punto di accesso alla rete. Un passaggio importante è quello di Clarence, tra i luoghi che contribuirono a formare linguaggi e comunità dell’Internet italiano, in un ecosistema dove professionisti e appassionati convivevano.

Il cambiamento decisivo arriva quando la popolarità diventa misurabile e monetizzabile. Visite, classifiche, condivisioni e poi like e follower trasformano la presenza online. Pubblicare non significa più soltanto partecipare a una conversazione o mettere in circolo passioni e competenze: può diventare un investimento sulla reputazione, un passaggio verso un lavoro, una fonte di reddito. Anche il contenuto viene pensato per il sistema che lo distribuisce, mentre la ricerca della visibilità premia linguaggi più netti e polarizzanti.

Fantoni insiste sul valore simbolico del link, elemento essenziale dell’architettura originaria del web. Collegare significava riconoscere l’esistenza di un altro spazio e mettere in relazione contenuti diversi. Le grandi piattaforme hanno invece costruito ambienti nei quali trattenere l’utente è più conveniente che accompagnarlo altrove. La rete aperta lascia così spazio a ecosistemi chiusi, dove visibilità e circolazione dipendono sempre più da regole decise da pochi soggetti.

La discussione tocca anche il passaggio dall’anonimato o dallo pseudonimo alla presenza performativa permanente. Nei forum era possibile partecipare attraverso nickname e costruire relazioni attorno a interessi condivisi. Oggi identità personale, opinioni, fotografie, lavoro e reputazione convivono spesso nello stesso profilo. Una polemica può seguire una persona attraverso notifiche, screenshot e ricondivisioni, rendendo più sottile il confine tra vita online e vita quotidiana.

Caruso e Fantoni non idealizzano il passato. Anche la prima rete poteva essere aggressiva e piena di conflitti. La differenza, sottolineano, stava anche nella frizione. Collegarsi richiedeva tempo, competenze e spesso costi telefonici; il computer restava fisicamente in una stanza e le discussioni non accompagnavano continuamente gli utenti. Perfino un litigio poteva raffreddarsi nelle ore trascorse lontano dallo schermo. Oggi lo smartphone elimina quasi ogni intervallo. Anche la noia torna così a essere uno spazio mentale da difendere.

La nostalgia raccontata nell’incontro non riguarda soltanto modem, forum o vecchi programmi. È il rimpianto per un Internet percepito come possibilità, quando una passione marginale poteva trovare una comunità e la distanza geografica sembrava perdere importanza. Per chi viveva lontano dai grandi centri o coltivava interessi poco diffusi, incontrare online persone simili poteva significare uscire da un isolamento culturale. Ma anche quella nostalgia può diventare merce, attraverso il ritorno commerciale di estetiche e simboli dell’infanzia.

Resta il rapporto tra libertà e comodità. Abbiamo ottenuto connessioni più veloci, accesso immediato a enormi quantità di contenuti e servizi che semplificano attività un tempo più lente. In cambio abbiamo affidato una parte crescente delle nostre relazioni, dei nostri ricordi e della nostra attenzione a infrastrutture private. L’Internet che avrebbe potuto essere continua a riapparire nei piccoli siti indipendenti, nelle comunità autonome e nelle persone che scelgono deliberatamente di reintrodurre un po’ di attrito nella propria vita digitale.

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