Merz contro l’AfD: la “remigrazione” è pulizia etnica, mentre lo scontro con Trump scuote la Germania
La Germania entra in una fase di forte tensione politica dopo l’avanzata dell’Alternative für Deutschland e il durissimo confronto andato in scena al Bundestag. Il cancelliere Friedrich Merz ha attaccato frontalmente l’AfD, sostenendo che il concetto di “remigrazione” promosso da settori della destra radicale rappresenti, nella sostanza, un progetto di pulizia etnica basato sull’origine e sul colore della pelle. Parole pronunciate in un Parlamento attraversato da continue contestazioni, pochi giorni dopo il voto in Sassonia-Anhalt che ha rafforzato ulteriormente l’AfD e aumentato la pressione sul governo. Lo scontro non riguarda più soltanto l’immigrazione: investe l’identità politica della Germania, il rapporto con l’Unione europea e la crescente influenza delle destre nazionaliste sostenute dall’universo trumpiano.
La leader dell’AfD Alice Weidel ha utilizzato il dibattito parlamentare per chiedere un radicale cambio di direzione, accusando Merz di aver fallito su economia, energia, immigrazione e politica estera. Il tema delle espulsioni è rimasto centrale nell’offensiva del partito, che continua a presentare la riduzione della presenza straniera come uno degli strumenti necessari per modificare il Paese. Merz ha risposto ricordando anche il ruolo assunto dai lavoratori stranieri nell’economia tedesca: settori come artigianato, assistenza sanitaria e servizi alla persona dipendono in misura significativa dalla manodopera immigrata. Una politica di allontanamento generalizzato, secondo il cancelliere, avrebbe quindi conseguenze non soltanto sociali e costituzionali, ma direttamente economiche.
Dietro il confronto sulla “remigrazione” emerge una questione ancora più ampia: fino a che punto può spingersi la crescita dell’AfD e quale strategia debbano adottare i partiti tradizionali per contenerla. Merz ha ribadito che la distanza tra il suo schieramento e la destra radicale resta profonda sui principi fondamentali della democrazia tedesca, sullo Stato di diritto, sull’integrazione europea, sul sostegno all’Ucraina e sulla politica di sicurezza. L’obiettivo è mantenere una netta linea di separazione politica, nonostante la crescita elettorale dell’AfD renda sempre più difficile costruire maggioranze nei Länder orientali e alimenti il dibattito interno alla stessa CDU sulla strategia da adottare nei confronti del partito.
A complicare il quadro contribuisce il rapporto sempre più problematico tra Berlino e Washington. Merz ha progressivamente preso le distanze dall’impostazione politica del presidente americano Donald Trump e dall’universo MAGA, sottolineando le differenze su commercio internazionale, multilateralismo, istituzioni globali e concezione della libertà di espressione. Il cancelliere ha rivendicato una visione europea fondata sulla tutela della dignità umana e sul rispetto delle regole costituzionali, contrapponendola al nazionalismo politico proveniente dagli Stati Uniti. Le tensioni transatlantiche acquistano particolare rilevanza perché esponenti e ambienti vicini al trumpismo hanno manifestato più volte simpatia per l’AfD, interpretandone la crescita come parte di un più vasto spostamento a destra dell’Europa.
Il successo della destra radicale tedesca viene infatti osservato con favore da una parte del mondo politico conservatore americano, che considera l’AfD un alleato nella battaglia contro immigrazione, politiche climatiche e istituzioni sovranazionali. Per Merz, invece, questa convergenza rappresenta un problema strategico. La Germania rimane strettamente legata agli Stati Uniti sul piano della sicurezza, ma Berlino deve contemporaneamente difendere un modello politico europeo che su numerosi temi appare sempre più distante dalla nuova amministrazione americana. La tradizionale relazione transatlantica viene così sottoposta a una pressione inedita proprio mentre l’Europa affronta guerre, instabilità energetica e la necessità di rafforzare la propria capacità di difesa.
Il confronto assume una dimensione ancora più delicata nella Germania orientale, dove l’AfD ha costruito alcune delle proprie roccaforti elettorali. Insoddisfazione economica, differenze nei redditi, percezione di marginalizzazione e ostilità verso l’immigrazione continuano ad alimentare il consenso della destra radicale. Ridurre il fenomeno alla sola questione migratoria rischia quindi di non spiegare completamente la sua forza: dietro il voto si intrecciano problemi sociali, trasformazioni industriali e una crescente sfiducia verso le istituzioni tradizionali. La risposta di Merz dovrà confrontarsi contemporaneamente con queste tensioni e con la necessità di evitare che il linguaggio politico dell’AfD finisca per condizionare l’intera agenda nazionale.
La battaglia politica tedesca si sposta così su un terreno che supera i confini nazionali. Immigrazione, identità, rapporti con Trump, futuro dell’Europa e tenuta dei partiti tradizionali diventano parti dello stesso confronto. Merz tenta di tracciare un confine netto rispetto all’AfD proprio mentre il partito radicale aumenta la propria capacità di mobilitazione e trova interlocutori importanti oltre Atlantico. Il risultato è una Germania politicamente più polarizzata, nella quale il confronto sulla “remigrazione” diventa il simbolo di uno scontro molto più ampio sulla direzione che il Paese dovrà assumere nei prossimi anni.


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