
La storia è davvero maestra di vita? A Mantova il passato interroga il presente

Bagnato, Mujčić e Sala, guidate da Neri Marcorè, tra memoria, propaganda, guerre e lezioni che il presente fatica a leggere.
La domanda che attraversa Piazza Castello è antica quanto la disciplina che prova a raccontare il passato: la storia è davvero maestra di vita? A Festivaletteratura Neri Marcorè guida un confronto fra tre prospettive. Bruna Bagnato osserva gli eventi con gli strumenti della storia delle relazioni internazionali; Elvira Mujčić li attraversa con la letteratura, la memoria dell’esilio e la ferita jugoslava; Cecilia Sala li racconta dal presente, nei luoghi in cui la storia smette di essere un capitolo di manuale e diventa guerra, repressione, scelta individuale. Il richiamo al centenario di Agip rafforza il filo dell’incontro: anche la storia industriale mostra come innovazione, geopolitica, crisi economiche e scelte pubbliche si intreccino, lasciando tracce che diventano comprensibili solo se lette nel loro tempo e non isolate dal contesto.
Bagnato parte dal significato della parola “storia”. Ricostruire il passato non significa produrre una fotografia neutrale dei fatti. Lo storico interroga documenti e testimonianze a partire dalle domande del proprio tempo. La storia non coincide con la memoria, ma neppure può fingere di esserne completamente separata. La differenza decisiva non sta nell’assenza di un punto di vista, impossibile, ma nella disciplina con cui si verificano i fatti.
È qui che compare il confine con la propaganda. Avere una prospettiva non significa deformare consapevolmente la realtà. La propaganda seleziona, cancella, semplifica; la ricerca storica deve sopportare la complessità. Studiare Putin, Hitler o qualsiasi protagonista di un sistema autoritario non equivale a giustificarlo: significa capire logiche, interessi e paure che hanno prodotto certe decisioni.
Cecilia Sala porta il discorso sul terreno delle storie individuali. In Ucraina, nei primi mesi dell’invasione russa del 2022, incontrò a Chernihiv un anziano veterano sovietico che da ragazzo aveva combattuto contro il nazismo. Russo di origine e da decenni residente in Ucraina, quell’uomo aveva visto arrivare le bombe dell’esercito russo su una città che considerava casa propria.
Il valore di quella testimonianza sta nella capacità di rendere visibili le contraddizioni che le formule ideologiche cancellano. Un veterano dell’Armata Rossa può sentirsi legato alla Russia, all’Ucraina e alla memoria della guerra contro Hitler. Una storia personale non sostituisce la Storia con la maiuscola: la complica e impedisce alle categorie assolute di funzionare senza attrito.
Per Elvira Mujčić il rapporto tra storia e memoria passa dalla lingua. Fuggita dalla Bosnia nel 1992 e arrivata in Italia, ha cominciato a scrivere in italiano, una lingua che non era quella dell’infanzia. Questa distanza le ha permesso di avvicinarsi a zone dolorose che nella lingua madre sarebbero state forse troppo vicine. Scrivere diventa un modo per recuperare ciò che il trauma costringe inizialmente a rimuovere, ma anche per dare un nome a ciò che rischia di sparire. Nel suo caso perfino la Jugoslavia ha cessato di esistere nella forma in cui era stata conosciuta.
La letteratura può compiere un movimento che la propaganda rifiuta: spostarsi dalla propria posizione. Mujčić racconta la difficoltà di rappresentare anche il punto di vista serbo, dopo una guerra che aveva inciso direttamente sulla sua vita.
Il presente dei Balcani dimostra quanto la memoria possa diventare terreno politico. La morte di Ratko Mladić, avvenuta alla fine di agosto 2026 mentre scontava all’Aia l’ergastolo per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, e le solenni celebrazioni funebri di Belgrado hanno riaperto ferite mai chiuse. Per Mujčić, la glorificazione di una figura condannata per il genocidio di Srebrenica e altri crimini della guerra di Bosnia non appartiene solo al passato: il modo in cui una società sceglie di ricordare prepara anche il suo futuro.
Lo stesso problema emerge nel rapporto tra generazioni. Sala osserva come in Ucraina molti giovani nati dopo l’indipendenza del 1991 abbiano costruito un’identità politica diversa da quella sovietica dei genitori. Maidan nel 2014 e poi la guerra hanno trasformato quella generazione in protagonista della storia nazionale. L’attivista Roman Ratushnyi, giovanissimo durante Maidan e poi ucciso combattendo nel 2022, diventa il simbolo tragico di un Paese che rischia di perdere proprio coloro che avevano immaginato con maggiore forza un futuro diverso.
In Iran il divario generazionale assume un’altra forma. Sala descrive giovani che vivono secondo codici lontani da quelli imposti dalla Repubblica islamica: ragazze che sfidano l’obbligo del velo, musicisti che occupano gli spazi pubblici, gruppi che costruiscono margini di libertà formalmente vietati. Ma avverte: nessuna generazione è un blocco compatto. Anche tra i giovanissimi esistono sostenitori radicali del sistema e milizie disposte a reprimere con violenza le proteste.
Quando il confronto torna alla grande storia, la domanda diventa inevitabile: il passato può dirci qualcosa sulle guerre di oggi? Bagnato invita alla prudenza. Prima del 1914 l’Europa conobbe una corsa agli armamenti che non rendeva inevitabile la guerra, ma contribuì a rendere più praticabile l’idea di combatterla. Durante la Guerra fredda accadde anche il contrario: la potenza delle armi nucleari produsse una deterrenza perché il loro uso poteva portare alla catastrofe. Le analogie esistono, ma non sono modelli da trasferire meccanicamente nel presente.
Da qui nasce l’inquietudine sul riarmo europeo. Bagnato ricorda che i progetti di difesa comune degli anni Cinquanta erano legati all’idea di istituzioni politiche europee capaci di governare democraticamente uno strumento militare condiviso. Parlare oggi soltanto di capacità bellica, senza interrogarsi sull’architettura politica che dovrebbe controllarla, rischia di separare i mezzi dai fini. La produzione militare, inoltre, può diventare risposta a crisi industriali, creando interessi che alimentano la propria necessità.
Mujčić torna agli ultimi mesi della Jugoslavia per spiegare perché nel suo romanzo La stagione che non c’era abbia scelto di osservare soprattutto il “prima”. Quando la guerra esplode, l’attenzione viene assorbita dai bollettini e dai fronti. Ma per capire come si è arrivati a quel punto bisogna guardare ai segnali precedenti: il linguaggio pubblico che cambia, il nazionalismo che diventa normale, le istituzioni che si svuotano, la spesa militare che cresce, le persone che continuano a vivere come se il precipizio fosse lontano.
Il “prima” è il luogo in cui la storia può essere più utile. Non perché consenta di predire ciò che accadrà, ma perché aiuta a riconoscere i meccanismi che accompagnano una società verso una rottura. La storia non offre profezie: offre segnali. Il problema è se siamo disposti a leggerli quando non hanno ancora l’evidenza della catastrofe.
Nell’ultima parte del confronto, Sala riporta la questione alla scuola. Molti studenti arrivano alla fine del percorso senza affrontare la guerra nei Balcani, l’11 settembre, le trasformazioni del Medio Oriente o le crisi che hanno costruito il presente. Conoscere la storia recente significa fornire strumenti per riconoscere parole, paure e giustificazioni che ritornano in contesti diversi.
Cicerone e la sua “maestra di vita” non ricevono una risposta definitiva. La storia non impedisce automaticamente agli uomini di ripetere gli errori, non cancella le guerre, non obbliga i governi alla prudenza. Ma può sottrarci all’alibi dell’ignoranza. Può mostrarci che le tragedie non arrivano dal nulla, che le parole preparano le azioni e che le memorie possono essere manipolate.
Forse è questo il senso più attuale di Historia magistra vitae: non chiedere al passato di dirci cosa succederà, ma usarlo per vedere meglio ciò che sta già accadendo. Il futuro non è scritto negli archivi. Gli archivi, le testimonianze, i romanzi e i reportage possono però rendere più difficile fingere, un giorno, di non aver riconosciuto i segnali.






Commenti