L’oro della Banca d’Italia resta nei caveau: nessun trasferimento delle riserve

L’oro della Banca d’Italia non si muove. Le riserve auree italiane continueranno a essere custodite principalmente nei caveau dell’istituto centrale a Roma e presso la Federal Reserve di New York, mentre quote più contenute resteranno depositate nel Regno Unito e in Svizzera. La Banca d’Italia, guidata dal governatore Fabio Panetta, ha infatti precisato di non «aver effettuato alcun trasferimento d’oro», una scelta che distingue l’Italia dalle recenti iniziative adottate da altre banche centrali europee, che hanno proceduto allo spostamento di parte delle proprie riserve. Secondo i dati pubblicati dalla stessa Banca d’Italia, il 44,8% dell’oro nazionale è custodito in Italia, mentre il 43,2% si trova negli Stati Uniti, presso la Federal Reserve di New York; un ulteriore 5,7% è conservato nel Regno Unito e il 6,09% in Svizzera. La distribuzione delle riserve in più Paesi risponde, secondo Via Nazionale, a «una strategia di diversificazione finalizzata alla minimizzazione dei rischi» ed è anche il risultato di una lunga evoluzione storica, legata agli equilibri della Guerra fredda e al sistema monetario internazionale dell’epoca del gold standard. Con circa 2.452 tonnellate di metallo prezioso, l’Italia dispone di una delle maggiori riserve auree del pianeta, tradizionalmente indicata come la quarta al mondo dopo quelle degli Stati Uniti, della Germania e del Fondo monetario internazionale, per un valore di mercato che ai prezzi attuali si aggira intorno ai 280 miliardi di euro. Negli ultimi anni, tuttavia, anche grandi economie emergenti come Cina e India hanno incrementato sensibilmente gli acquisti di oro, mentre il prezzo del metallo prezioso ha registrato una forte crescita, sostenuto anche dalle tensioni geopolitiche e dalle incertezze che caratterizzano i mercati internazionali. L’oro continua infatti a essere considerato un importante strumento di diversificazione e una riserva di valore, pur non essendo completamente esente da rischi e potendo registrare oscillazioni significative. Il tema della collocazione delle riserve auree è tornato al centro dell’attenzione dopo le decisioni adottate da alcune banche centrali europee. La banca centrale dei Paesi Bassi ha motivato la propria scelta anche con le «incertezze geopolitiche» e con ragioni operative, considerando che la presenza dell’oro su una delle principali piazze finanziarie mondiali, come Londra, può facilitarne l’utilizzo o la vendita in caso di necessità durante una crisi. Alle motivazioni tecniche e finanziarie si affianca inevitabilmente anche una dimensione politica: le tensioni nei rapporti transatlantici e le scelte dell’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump in campo economico e nella politica estera hanno alimentato in diversi Paesi europei il dibattito sull’opportunità di mantenere una quota consistente delle proprie riserve negli Stati Uniti. Una discussione che non è nuova: già durante il primo mandato di Trump in Germania era tornato in primo piano il tema della collocazione dell’oro della Bundesbank e, successivamente, si sono levate nuove richieste affinché Berlino riportasse in patria una quota maggiore delle riserve custodite all’estero. Per il momento, però, l’Italia non sembra intenzionata a modificare la propria strategia: la Banca d’Italia continua a puntare sulla diversificazione geografica, mantenendo le riserve auree distribuite tra Italia, Stati Uniti, Regno Unito e Svizzera, senza aver disposto nuovi trasferimenti.





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