Houria Bouteldja e la critica decoloniale alle strutture del potere

Razza, classe e colonialità al centro di una lettura radicale dello Stato e della sinistra occidentale.
Houria Bouteldja porta nel dibattito europeo una delle formulazioni più radicali del pensiero decoloniale contemporaneo. Saggista e attivista franco-algerina, l’autrice interpreta le democrazie occidentali attraverso il concetto di “Stato razziale integrale”, una struttura nella quale la razza non coincide semplicemente con il colore della pelle, ma opera come relazione di potere capace di attraversare istituzioni, mercato del lavoro e vita quotidiana.
Alla base di questo modello vi sarebbe un “contratto razziale” implicito tra gruppi dominanti e classi subalterne bianche. Il sistema, secondo Bouteldja, permette di distribuire in modo diseguale diritti, protezioni e opportunità, producendo una condizione di marginalità per le popolazioni non bianche e per i discendenti dei colonizzati. La categoria della bianchezza diventa quindi uno strumento politico e sociale, non biologico: indica l’insieme di privilegi e rapporti che continuano a riprodursi anche all’interno di ordinamenti formalmente egualitari.
Particolarmente severa è la critica rivolta alla sinistra occidentale. Bouteldja sostiene che una parte della tradizione progressista abbia progressivamente separato la lotta di classe dalle conseguenze storiche del colonialismo, migliorando le condizioni dei lavoratori europei senza mettere realmente in discussione i rapporti di sfruttamento tra Nord e Sud del mondo. In questa lettura il limite dell’universalismo consiste proprio nel presentarsi come neutrale mentre continua a muoversi dentro strutture nate in un contesto coloniale.
La tesi è volutamente conflittuale e obbliga a interrogarsi sul rapporto tra antirazzismo, redistribuzione e rappresentanza politica. L’idea di Bouteldja è che non sia sufficiente includere le minoranze nelle categorie esistenti: occorra invece verificare come quelle categorie siano state costruite, chi abbiano storicamente protetto e quali forme di subordinazione continuino a rendere invisibili.
Il suo pensiero pone così una domanda politica più ampia: una democrazia può dirsi pienamente universale se non riconosce le asimmetrie prodotte dalla propria storia coloniale e dalle gerarchie economiche che ne sono derivate?






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