Grano duro, l’Italia dipende sempre più dall’estero: autoapprovvigionamento sceso al 56,5%
- piscitellidaniel
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La produzione italiana di grano duro mostra segnali di crescente fragilità e riporta al centro del dibattito il tema della sicurezza delle filiere agroalimentari. Secondo l’allarme lanciato da Confagricoltura, il tasso nazionale di autoapprovvigionamento è sceso dal 78% del 2012 al 56,5% nel 2025, mentre nello stesso periodo le superfici destinate alla coltivazione si sono ridotte del 10%. Una dinamica che rende l’Italia sempre più dipendente dalle importazioni proprio per una materia prima fondamentale per una delle produzioni simbolo del Made in Italy: la pasta. Per raggiungere una piena autosufficienza produttiva, secondo le stime dell’organizzazione agricola, sarebbero necessari oltre 880 mila ettari aggiuntivi coltivati a frumento duro.
Il problema non riguarda soltanto la quantità disponibile, ma soprattutto la sostenibilità economica della produzione. Durante la campagna 2026 le quotazioni del frumento duro di qualità superiore sono scese sotto i 300 euro per tonnellata, livelli che in numerose aree non consentono agli agricoltori di coprire i costi. Energia, fertilizzanti, carburanti, macchinari e gestione dei terreni hanno subito negli ultimi anni forti pressioni, mentre i prezzi riconosciuti ai produttori non hanno seguito la stessa traiettoria. Il risultato è una progressiva erosione dei margini che può spingere le aziende a ridurre gli investimenti, cambiare coltura oppure abbandonare completamente la produzione cerealicola, accelerando ulteriormente la contrazione delle superfici.
A rendere più difficile la situazione contribuisce anche il cambiamento climatico. Siccità, temperature elevate ed eventi meteorologici estremi incidono sulle rese e rendono più instabili le produzioni da una stagione all’altra. Per il 2026 la produzione italiana di frumento duro viene stimata intorno a 4,1 milioni di tonnellate, in diminuzione di circa il 6% rispetto all’anno precedente. La Puglia rimane il principale bacino nazionale con oltre un milione di tonnellate, seguita da Sicilia, Marche ed Emilia-Romagna. Le differenze territoriali restano però marcate: in alcune aree meridionali pesa la riduzione delle superfici, mentre nel Centro-Nord sono soprattutto le rese per ettaro a condizionare il risultato complessivo.
La conseguenza è una dipendenza strutturale dai mercati internazionali. L’Italia deve acquistare all’estero quasi la metà del grano duro necessario alla propria industria di trasformazione, pur essendo uno dei principali produttori mondiali di pasta. Le importazioni sono una componente consolidata della filiera e consentono di soddisfare una domanda industriale superiore alla produzione agricola nazionale, ma un’eccessiva dipendenza espone il sistema alle oscillazioni delle quotazioni mondiali, alle tensioni geopolitiche, alle difficoltà logistiche e alle politiche commerciali dei Paesi esportatori. In uno scenario internazionale sempre più instabile, la disponibilità delle materie prime agricole assume quindi anche una dimensione strategica.
Confagricoltura chiede per questo interventi capaci di rendere nuovamente conveniente coltivare frumento duro in Italia. Tra gli strumenti considerati importanti figurano gli accordi di filiera, in grado di assicurare agli agricoltori maggiore prevedibilità sui prezzi e alle imprese di trasformazione forniture con caratteristiche qualitative definite. L’organizzazione valuta positivamente anche le campagne istituzionali rivolte alla valorizzazione della pasta prodotta con 100% grano duro italiano, purché siano accompagnate da misure strutturali capaci di aumentare la competitività delle aziende. Sul tavolo figurano inoltre possibili risorse europee per compensare l’incremento dei costi dei fertilizzanti e interventi nazionali destinati alle colture considerate strategiche.
Il tema riguarda direttamente anche l’industria della pasta, uno dei comparti più riconoscibili dell’agroalimentare italiano sui mercati internazionali. Rafforzare la produzione nazionale non significa eliminare le importazioni, che continueranno a svolgere un ruolo importante per quantità e caratteristiche qualitative, ma costruire un equilibrio meno vulnerabile tra materia prima italiana e approvvigionamenti esteri. Innovazione agronomica, nuove varietà più resistenti agli stress climatici, gestione efficiente dell’acqua e contratti pluriennali possono contribuire a migliorare produttività e redditività, riducendo il rischio che ulteriori aziende abbandonino il settore.
La riduzione dell’autoapprovvigionamento dal 78 al 56,5% mostra quanto il problema abbia ormai assunto una dimensione strutturale. Il punto centrale diventa la capacità di riconoscere alla produzione agricola un valore sufficiente a mantenerla economicamente sostenibile. Senza un recupero della redditività, la diminuzione delle superfici potrebbe proseguire e ampliare ulteriormente il divario tra il fabbisogno dell’industria e la quantità di materia prima prodotta in Italia, rendendo la filiera della pasta sempre più esposta agli equilibri dei mercati internazionali.


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