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Gabriela Wiener e l’utopia spezzata: il Perù raccontato dai margini

13 set
Tempo di lettura: 2 min
Gabriela Wiener e l’utopia spezzata: il Perù raccontato dai margini

“Atusparia” intreccia rivoluzione, desiderio e identità indigena per interrogare le sconfitte della sinistra.


Nel nuovo romanzo di Gabriela Wiener il marxismo non è un reperto storico, ma una materia ancora capace di interrogare il presente. Atusparia racconta una rivoluzionaria peruviana disillusa che assume il nome di Pedro Pablo Atusparia, figura della ribellione indigena contro il potere, e porta dentro di sé l’eredità di una scuola nella quale si insegnavano il russo e i valori marxisti.


La protagonista attraversa il fallimento di un’utopia. Dal carcere guarda alle parole, agli slogan e alle convinzioni che avevano organizzato la sua giovinezza e che ora sembrano sospese in un mondo dominato dal capitalismo. La disillusione non cancella però completamente il desiderio di trasformazione: ciò che resta è una tensione politica sopravvissuta alle sconfitte, alla corruzione e alla violenza.


Wiener mette in relazione passione politica e passione amorosa. Entrambe sono esposte a desiderio, dipendenza, tradimento e libertà che possono diventare autodistruttive. Il crollo delle appartenenze collettive si riflette così nei legami personali, mentre le divisioni interne alla sinistra assumono un significato che va oltre la storia peruviana. Le fratture tra gruppi che dovrebbero condividere obiettivi comuni finiscono per rafforzare forze politiche opposte, un processo che l’autrice considera ricorrente.


Anche la struttura del romanzo restituisce questa instabilità. Memoir, realismo, elementi onirici, ironia e strumenti del giornalismo vengono combinati in una narrazione frammentaria, come se nessuna forma singola fosse sufficiente per contenere la complessità del materiale.


Sul fondo resta la questione dell’identità indigena e della distanza geografica. Wiener scrive da una posizione di spostamento permanente, lontana dalle terre che continua a sentire come parte di sé. Il richiamo del Titicaca e delle culture andine rende la scrittura un atto di ritorno senza illusione di poter recuperare integralmente ciò che è stato perduto.


Raccontare “dai bordi” significa allora scegliere un punto di vista nel quale storia politica, corpo e memoria non vengono separati. L’utopia fallisce, ma le domande che l’avevano generata continuano a produrre conflitto e letteratura.

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