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Fondi europei per le infrastrutture idriche: risorse FESR disponibili ma realizzazione a rilento in molte Regioni italiane

L’Italia dispone di una dotazione significativa di fondi europei per il potenziamento delle infrastrutture idriche, in particolare grazie al Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR), ma la realizzazione concreta degli interventi continua a procedere a rilento. Il settore idrico, cruciale per la gestione sostenibile delle risorse naturali e la resilienza del territorio, è al centro di una serie di programmi di investimento che tuttavia faticano a concretizzarsi a causa di ritardi amministrativi, difficoltà progettuali e inefficienze nella spesa.


Il FESR ha messo a disposizione miliardi di euro destinati, tra le altre cose, all’ammodernamento delle reti di distribuzione, alla riduzione delle perdite idriche, alla costruzione di nuovi impianti di depurazione e alla realizzazione di invasi per la raccolta delle acque piovane. Nonostante ciò, secondo i dati più aggiornati, molte Regioni italiane stanno spendendo solo una parte minoritaria dei fondi disponibili, accumulando ritardi che rischiano di compromettere gli obiettivi europei e nazionali.


La Corte dei Conti ha recentemente pubblicato una relazione in cui denuncia l’eccessiva lentezza nell’attuazione dei progetti legati alla programmazione 2014-2020, evidenziando come, a pochi mesi dalla chiusura formale del periodo di utilizzo dei fondi (prevista nel 2023 con possibilità di proroga tecnica), molte risorse risultino ancora bloccate. Tra le cause principali figurano i ritardi nell’affidamento degli appalti, la carenza di progettazione esecutiva e le difficoltà nella gestione delle autorizzazioni ambientali. In alcuni casi, i progetti sono stati finanziati ma non ancora avviati.


Le Regioni del Sud sono le più coinvolte. Campania, Calabria, Sicilia e Puglia detengono una quota significativa delle risorse FESR destinate al ciclo idrico integrato, ma anche i maggiori ritardi nella spesa. In Calabria, ad esempio, diversi progetti per la costruzione di impianti di depurazione e per il miglioramento della qualità delle acque sono rimasti al palo per anni a causa di contenziosi amministrativi, ricorsi sulle gare o assenza di personale tecnico nelle stazioni appaltanti.


Anche in Campania e Sicilia si registrano forti criticità: in alcune aree urbane persistono problemi cronici legati alla dispersione idrica, con reti obsolete che perdono fino al 50% dell’acqua immessa. I fondi europei destinati alla sostituzione delle tubature o all’efficientamento della rete sono stati stanziati ma non trasformati in cantieri attivi. In alcuni casi, le opere sono ferme per mancanza di cofinanziamenti regionali o per la mancata definizione dei soggetti attuatori.


Una delle principali difficoltà riguarda il coordinamento tra amministrazioni locali, soggetti gestori e autorità di bacino. In assenza di una regia centralizzata e di una pianificazione strategica coerente, i progetti procedono in ordine sparso, spesso duplicandosi o entrando in conflitto con altre opere già previste. Questo determina una perdita di efficacia complessiva degli investimenti e una frammentazione degli interventi che ne riduce l’impatto ambientale e socioeconomico.


Un altro elemento critico è rappresentato dalla scarsità di progettazione esecutiva. Molti enti locali non dispongono delle competenze tecniche e amministrative necessarie per elaborare progetti pronti per essere finanziati e avviati. In diversi casi, i fondi vengono stanziati sulla base di proposte preliminari che richiedono anni per essere convertite in progetti cantierabili. Questo ritardo rallenta l’intero ciclo di vita dell’investimento e mette a rischio il rispetto delle scadenze imposte dall’Unione europea.


In alcune Regioni sono stati istituiti task force tecniche per accelerare la progettazione e l’avvio degli interventi, ma i risultati sono ancora limitati. In Toscana, ad esempio, si è puntato su una maggiore sinergia tra Regione, consorzi di bonifica e soggetti gestori, con l’obiettivo di individuare rapidamente le priorità e concentrare gli sforzi su progetti di immediata fattibilità. Al Nord, invece, la situazione è più eterogenea: alcune Regioni come Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna mostrano una capacità di spesa più elevata e un maggiore avanzamento dei progetti, pur con differenze interne significative.


La lentezza nella realizzazione delle opere idriche ha ripercussioni anche sul piano ambientale. La Commissione europea ha aperto più volte procedure d’infrazione contro l’Italia per il mancato rispetto delle direttive comunitarie sulla qualità delle acque e sul trattamento dei reflui urbani. La mancata costruzione o adeguamento degli impianti di depurazione è all’origine di sanzioni milionarie e di rischi per la salute pubblica e l’ecosistema marino e fluviale.


Nel contesto attuale di cambiamento climatico e crisi idrica, il potenziamento delle infrastrutture per la raccolta, distribuzione e trattamento dell’acqua è considerato strategico non solo per lo sviluppo sostenibile, ma anche per la sicurezza del territorio e la resilienza delle comunità. L’Italia dispone di una rete idrica tra le più estese d’Europa, ma anche tra le più fragili e inefficienti, con tassi di perdita che superano il 40% a livello nazionale.


Il Programma nazionale FESR 2021-2027 ha previsto nuovi stanziamenti per il settore idrico, con risorse aggiuntive che vanno ad affiancarsi a quelle del PNRR. Tuttavia, il successo di questi programmi dipenderà dalla capacità delle amministrazioni di superare i colli di bottiglia che hanno finora bloccato gli investimenti. La messa a terra delle risorse esistenti resta una delle sfide principali per garantire l’adeguamento delle infrastrutture idriche italiane agli standard europei.

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