Consultori, il diritto di essere ascoltate: le voci di «Safe place» a Festivaletteratura

Caterina Carradori, Lella Costa e Grace Fainelli raccontano mezzo secolo di cura, autodeterminazione e diritti da rendere accessibili.
Un luogo in cui essere ascoltate senza dover giustificare le proprie scelte. È attorno a questa esigenza che si sviluppa il confronto su Safe place – I consultori tra diritto e cura, il podcast di Caterina Carradori al centro dell'incontro di Festivaletteratura con Lella Costa e Grace Fainelli, condotto da Christian Elia. Il progetto, selezionato nel 2025 dalle giurie di Meglio di un romanzo, attraversa la storia dei consultori e interroga il presente dell'assistenza sessuale e riproduttiva.
Il racconto prende le mosse da Torino, dalle proteste davanti all'ospedale Sant'Anna contro la cosiddetta stanza dell'ascolto, affidata attraverso una convenzione ad associazioni contrarie all'aborto. Carradori ricorda l'incontro fra giovani militanti e donne già impegnate nelle battaglie degli anni Settanta: generazioni diverse, riunite davanti allo stesso ospedale per difendere la possibilità di decidere sul proprio corpo. Da quella presenza nasce la domanda che sostiene l'inchiesta: quanto delle conquiste passate è diventato una garanzia concreta?
Per cercare una risposta, la giornalista torna alle esperienze dei consultori autogestiti nei quartieri popolari torinesi. Erano spazi costruiti attorno a bisogni quotidiani, nei quali la salute si intrecciava con le condizioni di vita e l'assenza di servizi. L'autocoscienza consentiva di riconoscere, nei racconti delle altre, difficoltà vissute fino ad allora come individuali. La conoscenza del corpo diventava una pratica condivisa e un modo per discutere l'autorità di un sapere medico percepito come distante.
La legge 29 luglio 1975, n. 405, istituì i consultori familiari. Nell'incontro, questo passaggio viene letto come una conquista accompagnata da una tensione ancora aperta: trasformare l'esperienza dei movimenti in un servizio pubblico, mantenendo la capacità di ascoltare bisogni nuovi. Fainelli osserva che l'istituzionalizzazione rischia di irrigidire risposte nate per un'altra società. La domanda riguarda perciò anche chi entra oggi nei consultori e chi, invece, continua a incontrare ostacoli.
Lella Costa porta nel confronto la propria esperienza di già presidente del CEMP, consultorio laico milanese. Ricorda il lavoro delle operatrici, le difficoltà economiche delle utenti, l'attenzione rivolta a studentesse e persone immigrate. Il suo racconto insiste sulla qualità dell'ascolto: dietro una richiesta sanitaria possono esserci paura, solitudine, problemi familiari, sentimenti che non trovano facilmente uno spazio per essere espressi.
Costa si sofferma sul dolore che può accompagnare un'interruzione di gravidanza, anche spontanea, e sulla colpevolizzazione che può aggiungervisi. È una dimensione del suo intervento, senza che tutte le esperienze possano essere ricondotte a un unico vissuto emotivo. Accompagnare una persona significa riconoscerne la storia, evitando di imporle tanto una scelta quanto il sentimento che dovrebbe provare. Informazione e rispetto diventano così parte della cura.
Il confronto affronta anche l'obiezione di coscienza, criticata dalle relatrici per gli ostacoli che può produrre nell'accesso all'interruzione volontaria di gravidanza. La legge 22 maggio 1978, n. 194, all'articolo 9, riconosce l'obiezione individuale ma impone agli ospedali e alle case di cura autorizzate di assicurare gli interventi previsti, affidando alle Regioni il compito di garantirne l'attuazione. L'esonero non comprende l'assistenza prima e dopo l'intervento. La questione posta dall'incontro è dunque la distanza fra questa garanzia e i percorsi effettivamente disponibili.
Carradori invita a osservare anche gli ostacoli meno visibili. Richiamando le testimonianze raccolte e il lavoro del collettivo Obiezione Respinta, parla di atteggiamenti paternalistici, giudizi e comportamenti denigratori denunciati dalle persone che chiedono assistenza. Sono racconti che aprono un campo d'indagine sulla violenza ostetrica e ginecologica: come riconoscere pratiche umilianti, documentarle e impedire che vengano considerate una componente inevitabile della visita?
Le nuove consultorie autogestite entrano nel dibattito come luoghi in cui queste esperienze possono essere condivise. Fainelli ricorda la partecipazione alla prima assemblea di una consultoria torinese e descrive uno spazio aperto anche a persone trans e con percorsi migratori. La continuità con gli anni Settanta sta nel partire dai bisogni; la trasformazione riguarda le persone coinvolte e le esclusioni da affrontare.
A rendere concreta la richiesta di accessibilità è un episodio raccontato da Fainelli: una donna che non parlava italiano accompagnata alla visita ginecologica dal figlio di sei anni, chiamato a fare da interprete. Il ricordo sposta l'attenzione sulle condizioni materiali dell'assistenza. Disporre di mediazione linguistica significa permettere a una persona di comprendere le informazioni, esprimere dubbi e parlare della propria intimità, senza affidare a un bambino responsabilità che appartengono agli adulti.






Commenti