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Columbia University patteggia con l’amministrazione Trump: oltre 200 milioni per riottenere i fondi federali e attivare riforme sostanziali

Columbia University, prestigiosa istituzione della Ivy League con sede a New York, ha raggiunto un patteggiamento storico con l’amministrazione Trump, che prevede un esborso che supera i 200 milioni di dollari. Si tratta di un accordo senza precedenti, il primo del genere per un ateneo, finalizzato a porre fine al contenzioso aperto in seguito alla sospensione di circa 400 milioni di sovvenzioni federali.


La vicenda affonda le radici negli avvenimenti del 2024, quando esplosero proteste negli atenei statunitensi in solidarietà al popolo palestinese, successive all’attacco di Hamas. Alcuni episodi, ritenuti antisemitici, avrebbero causato tensioni e ostilità nei confronti di studenti e docenti ebrei. In risposta, l’amministrazione federale sospese i finanziamenti, citando la violazione della normativa sui diritti civili.


Il patteggiamento si articola su tre fronti:

1. Pagamento di una penale e risarcimento: l’università verserà 200 milioni di dollari in tre anni a favore del governo federale, oltre ad altri 21 milioni per chiudere le indagini dell’Equal Employment Opportunity Commission sui presunti atti discriminatori nei confronti di personale ebraico.


2. Ripristino dei fondi federali: a fronte di questi pagamenti l’università recupererà i 400 milioni congelati e potrà restare eleggibile per nuovi fondi per la ricerca, fino a un valore totale stimato in 1,2 miliardi.


3. Riforme e monitoraggio: il patto prevede una serie di cambiamenti: definizione ufficiale di antisemitismo in accordo con gli standard federali; revisione delle procedure disciplinari e dei curricula soprattutto nei Dipartimenti di Studi sul Medio Oriente; fine di politiche DEI basate sul criterio razziale; maggiore trasparenza nei processi di assunzione e ammissione; monitoraggio specifico sui titoli di studio e visti degli studenti stranieri. Il rispetto di queste norme sarà verificato da un organismo indipendente nominato congiuntamente, con relazione semestrale all’amministrazione federale per almeno tre anni.


I toni ufficiali descrivono l’accordo come un passo necessario per riportare serenità e stabilità all’ateneo, senza ammettere alcun illecito. La presidente ad interim, Claire Shipman, ha sottolineato la volontà di proteggere al contempo valori come il merito e la libertà di espressione.


Il governo federale, per voce del Dipartimento dell’Istruzione e del Segretario Linda McMahon, ha definito l’accordo un “modello da seguire” per le università che intendano mantenere accesso ai finanziamenti federali, affermando che Columbia ha tracciato una via efficace verso responsabilità e trasparenza. L’ex Presidente Trump ha celebrato l’esito come una vittoria contro le “politiche progressive” degli atenei.


Sul fronte accademico le reazioni sono state contrastanti. Una parte del corpo docente e numerosi studenti hanno criticato l’accordo come una cedimento alle pressioni politiche e un pericoloso precedente di interferenza nel libero dibattito universitario. Altri, tra amministratori e dipendenti, hanno sottolineato come l’intesa rappresenti l’unico modo per salvaguardare il core business dell’università, in particolare la ricerca scientifica.


Il patteggiamento ha sollevato discussioni in seno alla comunità accademica americana, che ora si interroga sulla tenuta dell’autonomia delle istituzioni private ma fortemente dipendenti dai finanziamenti federali.


Il caso Columbia si inserisce in un contesto più ampio: anche Harvard, Brown e altre università sono state minacciate di sospensione fondi, e alcune hanno reagito con contenziosi legali, mentre molte altre hanno scelto trattative riservate. Columbia è finora l’unica a firmare un accordo così strutturato.


Secondo i critici, l’accordo tocca ambiti decisionali centrali: accademia, assunzioni, studi specialistici. Sul banco degli imputati sono finite le politiche di protezione del verde, i programmi legati alla diversità e la gestione delle proteste nel campus. L’introduzione di un monitor indipendente rappresenta sì una garanzia, ma anche un elemento di sorveglianza esterna, guardata con sospetto da chi teme ingerenza politica.


I timori principali sono legati al futuro dell’autonomia universitaria: se un ente governativo può imporre condizioni su chi insegnare, come disciplinare gli studenti, su cosa ammettere alle selezioni e come gestire le pulsioni politiche nel campus, dove passano i limiti tra responsabilità legale e libertà accademica?


Columbia, da parte sua, afferma di voler ridefinire politiche, cultura e procedure interne senza abbandonare il principio del free speech, punto essenziale per mantenere attrattiva e leadership in ambito internazionale. Ma il compromesso non sarà facile, e troverà terreno di prova nei prossimi mesi, quando il monitor renderà i suoi dati e il patto metterà radici nelle pratiche quotidiane dell’ateneo.


Nel frattempo, l’attenzione è puntata su altri atenei: se Columbia ha scelto la via del patteggiamento, Harvard resta coerente nella difesa legale mentre istituti minori valutano l’impatto economico prima di decidere in quale direzione procedere.

La posta in gioco appare molto alta: non solo per lo stesso Columbia che rischiava il collasso contributivo, ma per l’intero sistema universitario statunitense, chiamato a definire un nuovo equilibrio tra valori fondanti, responsabilità civica e dipendenza dai fondi pubblici.


In ultima analisi, la vicenda mette in luce una tensione sempre più evidente: finanziamenti federali come strumento di condizionalità politica, libertà accademica soggetta a controllo governativo, educazione superiore travolta dalla polarizzazione culturale. Nei prossimi mesi si vedrà se questa svolta rappresenterà un precedente isolato o l’avvio di un cambio di paradigma nel rapporto tra università e potere federale.

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