Nel 2024 l’Unione europea registra un deficit commerciale record sull’alluminio: importazioni in forte crescita, produzione interna sotto pressione
- piscitellidaniel
- 28 lug
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Nel 2024 l’Unione europea ha registrato un deficit commerciale di 11,1 miliardi di euro nel settore dell’alluminio e dei prodotti derivati. A determinare questo squilibrio è stato l’elevato volume delle importazioni, pari a 29,5 miliardi di euro, a fronte di esportazioni che si sono fermate a 18,4 miliardi. La bilancia commerciale negativa riflette una dipendenza crescente del mercato europeo da fornitori esterni, in un contesto in cui la domanda interna non è stata adeguatamente compensata da una produzione locale sufficiente a soddisfare i fabbisogni industriali del continente.
Il dato assume una rilevanza ancora maggiore se paragonato al quadro del 2019. In quell’anno le importazioni ammontavano a 22,7 miliardi di euro, le esportazioni a 15,2 miliardi. Nel quinquennio si è quindi registrato un incremento delle importazioni del 29,9% in valore (+6,8 miliardi), mentre le esportazioni sono cresciute del 21,3% (+3,2 miliardi). Tuttavia, analizzando i dati in termini di volume, emerge una dinamica opposta: il peso fisico delle importazioni è calato del 6,2%, quello delle esportazioni dell’1,7%. Questo significa che l’aumento del valore economico del commercio di alluminio non corrisponde a un incremento reale della quantità di materiale scambiato, ma piuttosto a un forte rialzo dei prezzi medi di mercato.
L’aumento del valore delle transazioni è riconducibile principalmente alla crescita del costo dell’alluminio sul mercato internazionale, influenzato da una serie di fattori strutturali. Tra questi, il rialzo del costo dell’energia, le politiche ambientali sempre più stringenti che impongono standard elevati ai produttori, l’instabilità geopolitica che ha condizionato le forniture di materie prime e le fluttuazioni valutarie. L’alluminio, materiale chiave per settori come automotive, aerospazio, edilizia e imballaggi, è considerato una risorsa strategica per la transizione energetica e digitale. Tuttavia, la sua produzione è estremamente energivora, e ciò rende l’industria europea poco competitiva rispetto ad altri grandi produttori globali.
A livello geografico, le esportazioni di alluminio da parte dell’Unione europea hanno avuto come principali destinazioni il Regno Unito, con un valore complessivo pari a 3,7 miliardi di euro (il 19,9% del totale esportato), gli Stati Uniti con 2,6 miliardi (14,1%) e la Svizzera con 2,4 miliardi (12,8%). Seguono la Turchia e l’India, che hanno mostrato una crescita significativa rispetto al 2019: le esportazioni verso la Turchia sono aumentate del 66,7%, mentre quelle verso l’India sono cresciute addirittura del 135,6%. Questi due Paesi rappresentano mercati emergenti cruciali per l’export europeo, sia per la posizione strategica che per la crescente domanda interna di materiali industriali.
Sul fronte delle importazioni, la Norvegia si conferma il primo partner commerciale dell’Unione europea per l’alluminio, con un volume di scambi pari a 4,4 miliardi di euro (15% delle importazioni complessive). Segue la Cina con 3,9 miliardi (13,1%), la Turchia con 2,8 miliardi (9,4%), l’Islanda con 2,1 miliardi (7,3%) e la Svizzera con 1,7 miliardi (5,8%). Si osservano aumenti particolarmente marcati per Islanda e Turchia: le importazioni dall’Islanda sono più che raddoppiate (+104,9%) rispetto al 2019, mentre quelle dalla Turchia hanno visto un incremento del 95,4%. Questi Paesi forniscono alluminio primario e semilavorati grazie a una combinazione di costi energetici più contenuti, impianti moderni e normative ambientali meno restrittive.
La situazione attuale solleva questioni di rilievo per la politica industriale europea. La crescente dipendenza da importazioni di alluminio rende vulnerabile l’intero sistema manifatturiero a oscillazioni dei prezzi internazionali, interruzioni logistiche e decisioni politiche di Paesi terzi. Inoltre, mette in discussione la capacità dell’Unione di sviluppare una catena di approvvigionamento autonoma per materiali critici, elemento fondamentale per garantire sovranità economica e resilienza produttiva.
La Commissione europea ha riconosciuto la criticità del comparto già nel 2022, includendo l’alluminio tra le materie prime considerate strategiche. Tuttavia, le politiche di rilancio della produzione interna faticano a tradursi in progetti concreti. Le imprese del settore segnalano che i costi energetici rimangono proibitivi, e che gli investimenti in nuovi impianti di raffinazione o riciclo procedono con lentezza, ostacolati da iter autorizzativi lunghi e da una percezione pubblica spesso ostile verso attività ad alto impatto ambientale.
Anche il riciclo, pur rappresentando una componente fondamentale per ridurre la dipendenza dall’estero, non è ancora in grado di colmare il divario tra domanda e offerta. Nonostante l’Unione europea sia leader mondiale nel tasso di riciclo dell’alluminio, le quantità recuperate non bastano a soddisfare la crescente richiesta dei settori industriali. Le associazioni di categoria chiedono un piano europeo per il recupero delle scorie industriali, incentivi per la creazione di fonderie a ciclo chiuso e l’introduzione di meccanismi di sostegno alle aziende energivore.
Nel contesto attuale, anche le tensioni geopolitiche influiscono negativamente sull’approvvigionamento. Le restrizioni commerciali imposte alla Russia, uno dei maggiori produttori mondiali di alluminio, hanno ulteriormente ridotto le opzioni disponibili per il mercato europeo. Questo ha contribuito all’aumento della dipendenza da Paesi come la Cina, che però resta un partner commerciale critico e strategicamente delicato.
I dati del 2024 mostrano dunque una vulnerabilità strutturale del sistema produttivo europeo in un comparto fondamentale per lo sviluppo sostenibile e l’innovazione industriale. Se non si interviene con decisione, il deficit commerciale dell’alluminio rischia di diventare cronico, minando la competitività di filiere strategiche e aumentando l’esposizione dell’Europa a dinamiche esogene non controllabili.

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