Ponte Morandi, dopo otto anni la sentenza riapre la ferita di Genova mentre Aspi chiede scusa
A quasi otto anni dal crollo del Ponte Morandi, il Tribunale di Genova è arrivato alla sentenza di primo grado nel processo nato dalla tragedia del 14 agosto 2018, quando il cedimento del viadotto sul Polcevera provocò la morte di 43 persone, lo sfollamento di centinaia di residenti e una profonda frattura nella vita della città. Il procedimento, iniziato nel luglio 2022 e sviluppatosi attraverso centinaia di udienze, ha ricostruito le condizioni dell’infrastruttura, le attività di controllo e manutenzione, le responsabilità dei dirigenti e dei tecnici coinvolti nella gestione della rete autostradale. Al centro del giudizio non vi è stato soltanto il momento materiale del collasso, ma un sistema di decisioni, omissioni e valutazioni attraverso il quale, secondo l’accusa, i segnali di deterioramento del ponte sarebbero stati sottovalutati nonostante la crescente gravità delle condizioni della struttura.
La pronuncia di primo grado rappresenta un passaggio giudiziario fondamentale, anche se non definitivo. Tra le decisioni più rilevanti figura la condanna a dodici anni di reclusione dell’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia Giovanni Castellucci, insieme alle pene disposte nei confronti di altri ex dirigenti e tecnici di Aspi e Spea. Il processo ha coinvolto decine di imputati, chiamati a rispondere, a vario titolo, di reati collegati al crollo, alle vittime e alle presunte omissioni nelle attività di vigilanza. La complessità tecnica del procedimento ha richiesto l’esame di migliaia di documenti, relazioni, comunicazioni interne, perizie e testimonianze, nel tentativo di stabilire se la tragedia avrebbe potuto essere evitata attraverso controlli più efficaci, interventi tempestivi o limitazioni alla circolazione. Le motivazioni della sentenza saranno decisive per comprendere la ricostruzione accolta dal Tribunale e il peso attribuito alle condotte dei singoli imputati.
Alla vigilia della decisione, Autostrade per l’Italia ha rotto il lungo silenzio con una lettera firmata dall’amministratore delegato Arrigo Giana, rivolta ai familiari delle vittime, ai cittadini genovesi e all’intero Paese. Il gruppo ha chiesto scusa per le sofferenze originate dalla tragedia, riconoscendo che quelle parole avrebbero dovuto essere pronunciate molto prima. La società ha parlato di un’esigenza morale e ha ricordato le trasformazioni intervenute nella proprietà, nella governance, nei controlli e nei sistemi di manutenzione dopo il crollo. La tempistica della lettera, pubblicata proprio nelle ore precedenti alla sentenza, ha tuttavia suscitato una reazione durissima da parte del Comitato dei familiari delle vittime, che ha giudicato le scuse tardive e inopportune, sottolineando come per anni sia mancata un’assunzione pubblica di responsabilità capace di accompagnare il dolore delle famiglie.
Il confronto attorno alla lettera evidenzia la distanza ancora esistente tra la dimensione societaria della vicenda e quella umana. Nel 2022 Aspi e Spea erano uscite dal processo attraverso accordi che avevano previsto il pagamento di sanzioni e risarcimenti, mentre il giudizio è proseguito nei confronti delle persone fisiche. Nel frattempo Autostrade per l’Italia ha cambiato azionariato, passando sotto il controllo di Cassa Depositi e Prestiti e di investitori istituzionali, e ha avviato un programma di revisione delle procedure di sicurezza e monitoraggio. Questi mutamenti, pur rilevanti sul piano industriale, non hanno cancellato la richiesta di verità delle famiglie, che per otto anni hanno seguito ogni udienza e ogni passaggio investigativo. Per loro il processo non riguarda soltanto l’individuazione di responsabilità penali, ma il riconoscimento del fatto che la sicurezza di un’infrastruttura essenziale non può essere subordinata a valutazioni economiche, rinvii o controlli insufficienti.
Il crollo del Morandi ha modificato profondamente il dibattito italiano sulla gestione delle infrastrutture pubbliche affidate in concessione, imponendo controlli più rigorosi su ponti, viadotti e gallerie e rendendo evidente la necessità di sistemi di monitoraggio indipendenti e trasparenti. La ricostruzione del collegamento autostradale con il nuovo ponte Genova San Giorgio ha restituito continuità alla città, ma non ha colmato la frattura lasciata dalla tragedia. La sentenza di primo grado apre ora una nuova fase, nella quale le parti potranno ricorrere in appello e il confronto si sposterà sulle motivazioni del Tribunale. Restano le vite perdute, il dolore delle famiglie e una domanda che ha attraversato l’intero procedimento: come sia stato possibile che una struttura così importante continuasse a essere utilizzata mentre le sue condizioni diventavano progressivamente più critiche.





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