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Mare, la transizione da 36 miliardi che può rafforzare l’Italia

  • Immagine del redattore: Luca Baj
    Luca Baj
  • 50 minuti fa
  • Tempo di lettura: 2 min
Porti, carburanti alternativi e nuove filiere: la decarbonizzazione diventa una sfida industriale per il Mediterraneo
Porti, carburanti alternativi e nuove filiere: la decarbonizzazione diventa una sfida industriale per il Mediterraneo


La decarbonizzazione del trasporto marittimo non è più soltanto una questione ambientale: per l’Italia sta diventando una partita industriale e strategica nel Mediterraneo. È il messaggio che emerge dal rapporto “Decarbonizzare il mare, rafforzare l’Italia”, realizzato da TEHA Group con Edison e NextChem e presentato nel quadro del Forum di Cernobbio.

Lo scenario “Industry driven” elaborato dallo studio stima in 36 miliardi di euro gli investimenti necessari entro il 2050 per adeguare infrastrutture portuali, sistemi di stoccaggio e bunkeraggio, elettrificazione delle banchine e filiere produttive dei nuovi combustibili. La posta economica è più ampia: questi investimenti potrebbero attivare 105 miliardi di valore della produzione e generare 45 miliardi di valore aggiunto. Il 51,4% di quest’ultimo ricadrebbe nel Mezzogiorno, dove la posizione geografica degli scali può trasformarsi in un vantaggio competitivo sulle rotte mediterranee.

Il punto di partenza, però, mostra quanto sia profonda la trasformazione richiesta. Il trasporto marittimo rappresenta il 14% delle emissioni dei trasporti nell’Unione europea e il 7% in Italia, mentre oltre il 95% delle flotte europea e italiana utilizza ancora combustibili convenzionali. Allo stesso tempo il mercato sta già cambiando: i carburanti alternativi costituiscono il 51% del tonnellaggio navale ordinato nel mondo, segnale che le scelte degli armatori stanno anticipando una transizione destinata a incidere per decenni.

Secondo TEHA, il percorso sarà necessariamente graduale e multi-fuel. Nello scenario considerato, entro il 2050 i combustibili alternativi arriverebbero al 65,5% del mix energetico navale, con i biofuel al 50,7%, mentre le fonti fossili conserverebbero una quota del 34,5%. Il GNL manterrebbe un ruolo nella fase di transizione, accanto a bio-GNL e biometanolo; in prospettiva potrebbero crescere idrogeno e ammoniaca verdi ed e-fuel. L’effetto complessivo sarebbe una riduzione delle emissioni del 54% al 2050, pur in presenza di consumi energetici complessivi attesi in aumento.

In questo quadro i porti diventano infrastrutture energetiche, non più soltanto punti di passaggio delle merci. La capacità di offrire carburanti alternativi, impianti di rifornimento, energia elettrica in banchina e servizi a costi competitivi potrà incidere sulla scelta delle rotte e degli scali. Per un Paese come l’Italia, collocato al centro del Mediterraneo, la transizione energetica coincide quindi con una politica di presidio dei traffici e delle filiere industriali collegate alla navigazione.

I numeri di partenza sono favorevoli. Nel 2024 l’Italia risultava prima nell’Unione europea e seconda nel Mediterraneo per tonnellate movimentate nel trasporto marittimo a corto raggio, oltre che prima in Europa per passeggeri trasportati sui traghetti, con 42,1 milioni di persone. Ma questa posizione non è acquisita: la competizione tra gli hub mediterranei rende decisiva la velocità con cui gli scali sapranno dotarsi delle nuove infrastrutture.

Lo studio quantifica anche il costo dell’inerzia. Senza una strategia nazionale coordinata e gli investimenti necessari, l’Italia rischierebbe di perdere circa 80 miliardi di euro di valore aggiunto entro il 2050, oltre a sostenere 11,7 miliardi di costi sociali aggiuntivi legati alle emissioni tra il 2026 e il 2050. La decarbonizzazione del mare, dunque, viene descritta non come un vincolo da subire, ma come una leva per rafforzare industria, porti e competitività nazionale.

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