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Gozzi: «Rivedere il sistema ETS per difendere la competitività dell’industria europea»

15 lug
Tempo di lettura: 3 min

Il dibattito sul futuro della transizione ecologica europea torna al centro dell'attenzione con l'intervento di Antonio Gozzi, presidente di Federacciai e special advisor di Confindustria per l'autonomia strategica europea, che chiede una revisione del funzionamento dell'ETS (Emission Trading System). Secondo Gozzi, l'attuale meccanismo di scambio delle quote di emissione rischia di penalizzare in misura crescente le imprese manifatturiere europee, sottraendo risorse agli investimenti necessari per innovazione, decarbonizzazione e sviluppo industriale. L'obiettivo, sottolinea il mondo produttivo, non è mettere in discussione gli obiettivi climatici dell'Unione europea, ma individuare strumenti capaci di conciliare la riduzione delle emissioni con il mantenimento della competitività dell'industria continentale in uno scenario caratterizzato da una concorrenza globale sempre più intensa.


L'ETS rappresenta uno dei principali strumenti attraverso cui l'Unione europea persegue la riduzione delle emissioni di gas serra. Il sistema assegna o mette all'asta quote di emissione che le imprese energivore devono detenere per poter continuare a produrre. Con la progressiva diminuzione delle quote disponibili, il loro valore economico tende ad aumentare, incentivando le aziende a investire in tecnologie più efficienti e meno inquinanti. Tuttavia, proprio il crescente costo dei permessi di emissione viene indicato da numerosi comparti industriali come uno dei fattori che rischiano di comprimere la capacità di investimento delle imprese europee, soprattutto nei settori ad alta intensità energetica come siderurgia, chimica, cemento e produzione di materiali di base.


Secondo Gozzi, il rischio principale è quello di compromettere la capacità dell'industria europea di competere con operatori internazionali che non sono soggetti agli stessi vincoli ambientali. Molti Paesi extraeuropei, infatti, continuano a sostenere costi ambientali significativamente inferiori, consentendo alle proprie imprese di produrre a prezzi più competitivi. In questo contesto si rafforza il fenomeno del cosiddetto carbon leakage, ossia il trasferimento della produzione verso aree del mondo caratterizzate da normative ambientali meno rigorose. Un simile scenario non produrrebbe benefici per il clima globale, poiché le emissioni verrebbero semplicemente spostate al di fuori dell'Europa, ma determinerebbe una perdita di capacità produttiva, occupazione e investimenti nel continente. Per questo motivo il sistema industriale chiede un riequilibrio delle regole che tenga conto anche delle condizioni della concorrenza internazionale.


Il tema assume particolare rilevanza per il settore della siderurgia, chiamato nei prossimi anni a sostenere investimenti miliardari per la decarbonizzazione degli impianti. La sostituzione degli altiforni tradizionali con tecnologie alimentate da idrogeno, l'elettrificazione dei processi produttivi e l'impiego di materie prime riciclate richiedono infatti ingenti risorse finanziarie. Se una quota crescente dei capitali disponibili dovesse essere destinata all'acquisto delle quote ETS, molte imprese potrebbero trovarsi nella condizione di rinviare o ridimensionare i programmi di innovazione. Il risultato sarebbe un rallentamento proprio di quella trasformazione industriale che le politiche climatiche europee intendono favorire, con il rischio di indebolire il tessuto manifatturiero senza ottenere una riduzione proporzionale delle emissioni globali.


Il confronto tra istituzioni europee e mondo produttivo si concentra quindi sulla ricerca di un equilibrio tra sostenibilità ambientale e sostenibilità economica. L'introduzione del Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) rappresenta un primo tentativo di riequilibrare la concorrenza, applicando un meccanismo di compensazione delle emissioni anche ad alcune importazioni provenienti da Paesi terzi. Tuttavia, secondo numerosi rappresentanti dell'industria, questo strumento dovrà essere accompagnato da una revisione del funzionamento dell'ETS, da incentivi agli investimenti e da politiche energetiche capaci di ridurre il costo dell'energia per le imprese europee. La sfida dei prossimi anni sarà quella di garantire che la transizione ecologica non si traduca in una perdita di capacità industriale, ma diventi un fattore di innovazione e crescita, preservando il ruolo dell'Europa come uno dei principali poli manifatturieri mondiali.

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