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Ex Ilva, l’indotto verso lo stop: fino a mille licenziamenti dopo la fermata dell’area a caldo

La crisi dell’ex Ilva di Taranto entra in una nuova fase e comincia a produrre conseguenze dirette sull’occupazione delle aziende dell’indotto. La prospettiva della fermata dell’area a caldo, ordinata dalla Corte d’Appello di Milano entro novanta giorni dal provvedimento del 27 luglio, sta spingendo alcune imprese a preparare procedure di licenziamento collettivo, mentre altre hanno già fatto ricorso alla cassa integrazione. Secondo le indicazioni provenienti da Aigi, l’associazione che rappresenta una parte delle imprese dell’indotto, sarebbero circa mille i lavoratori coinvolti nelle procedure che potrebbero essere formalizzate a breve, concentrati in tre o quattro aziende. Un impatto che rischia di trasformare la vertenza siderurgica in una nuova emergenza sociale per Taranto e per l’intero sistema produttivo collegato allo stabilimento.


Il problema nasce dalla decisione giudiziaria che impone la sospensione delle attività dell’area a caldo, cuore del ciclo produttivo dell’acciaieria. La Corte d’Appello di Milano ha stabilito che la fermata debba avvenire entro novanta giorni, con un termine collocato alla fine di ottobre. Per molte aziende dell’indotto questo significa perdere una parte essenziale delle commesse necessarie a mantenere occupati i propri dipendenti. Alcuni operatori ritengono che, in assenza di una prospettiva certa di riavvio degli impianti, il ricorso agli ammortizzatori sociali non sia sufficiente e stanno quindi valutando la riduzione strutturale degli organici. A questo fenomeno si aggiunge quello, meno visibile ma già concreto, del mancato rinnovo dei contratti a tempo determinato, che secondo le imprese rappresenterebbe già una quota rilevante dell’impatto occupazionale della crisi.


La situazione dell’indotto è particolarmente delicata perché attorno allo stabilimento di Taranto opera una rete di aziende specializzate in manutenzione, impiantistica, logistica, servizi industriali e attività tecniche. Secondo le organizzazioni sindacali, nell’area ex Ilva sono coinvolti circa 2.500 lavoratori dell’indotto e degli appalti, ai quali si aggiungono circa 8 mila dipendenti di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria e 1.500 lavoratori di Ilva in amministrazione straordinaria. La progressiva riduzione dell’attività produttiva può quindi propagarsi rapidamente lungo tutta la filiera, colpendo imprese che dipendono in misura significativa o quasi esclusiva dalle commesse provenienti dal grande polo siderurgico.


Sul fronte sindacale cresce la richiesta di un intervento pubblico capace di impedire che la sospensione degli impianti si traduca immediatamente in una perdita definitiva di posti di lavoro. Cgil, Cisl e Uil hanno chiesto strumenti straordinari per tutelare i dipendenti dell’indotto, compreso un possibile blocco dei licenziamenti accompagnato da ammortizzatori sociali specifici e percorsi di riqualificazione professionale. La preoccupazione riguarda non soltanto il reddito dei lavoratori, ma anche il rischio di dispersione delle competenze industriali accumulate in decenni di attività siderurgica. Una volta perdute professionalità specializzate e aziende della filiera, un eventuale rilancio futuro dello stabilimento diventerebbe infatti più complesso e costoso.


Parallelamente continua la battaglia giudiziaria. Dopo Ilva in amministrazione straordinaria, anche Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria ha presentato ricorso straordinario alla Corte di Cassazione contro il decreto della Corte d’Appello, accompagnandolo con una richiesta di sospensione del provvedimento. La società contesta in particolare il fatto che la decisione di secondo grado abbia sostituito le misure precedentemente indicate dal Tribunale, eliminando di fatto la possibilità di utilizzare gli interventi correttivi previsti in primo grado per evitare lo stop della produzione. L’esito di questo confronto è determinante perché dalla continuità dell’area a caldo dipende una parte fondamentale dell’intero ciclo siderurgico, compresi i flussi di materiale destinati agli altri stabilimenti del gruppo.


Nel territorio emerge intanto anche il tentativo di coinvolgere direttamente l’imprenditoria locale nel futuro dell’acciaieria. Comes ha deliberato uno stanziamento di un milione di euro con l’obiettivo di partecipare a una cordata imprenditoriale interessata all’acquisizione e al rilancio dell’ex Ilva, auspicando l’ingresso di altri partner del territorio. È un segnale della volontà di non assistere passivamente al ridimensionamento del polo industriale, ma la dimensione della crisi richiede una soluzione molto più ampia, capace di tenere insieme produzione, investimenti, tutela ambientale e occupazione.


Il conto più immediato viene così presentato alle imprese dell’indotto, che devono decidere se sostenere il costo della cassa integrazione in attesa di una soluzione oppure ridimensionare definitivamente la propria struttura. Il rischio di circa mille licenziamenti rappresenta soltanto il primo livello di una crisi che potrebbe ampliarsi qualora l’area a caldo venisse effettivamente fermata senza un percorso industriale alternativo. Sullo sfondo rimane una questione strategica per il Paese: garantire la produzione nazionale di acciaio conciliandola con gli obblighi ambientali e sanitari, evitando nel frattempo che l’incertezza sulla sorte dell’ex Ilva determini lo smantellamento progressivo della filiera industriale costruita intorno allo stabilimento di Taranto.

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