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Borse sotto pressione, petrolio oltre i 100 dollari e nuova stretta della Bce

1 giorno fa
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Giornata ad alta tensione sui mercati finanziari internazionali, stretti tra il nuovo rialzo del petrolio, le preoccupazioni per l'inflazione e il ritorno a politiche monetarie più restrittive. Dopo una mattinata caratterizzata dalla debolezza delle Borse asiatiche, nel corso della seduta il nervosismo si è trasferito in Europa e a Wall Street. Il Brent è rimasto stabilmente sopra la soglia psicologica dei 100 dollari al barile, mentre il Wti, partito nell'area dei 95-96 dollari, ha successivamente accelerato fino a superare quota 100. Il principale fattore di instabilità resta l'escalation delle tensioni in Medio Oriente, che continua ad alimentare i timori per la sicurezza degli approvvigionamenti energetici e per una nuova spinta sui prezzi al consumo.


In Asia il quadro è apparso prevalentemente negativo, soprattutto per i titoli tecnologici. Hong Kong ha registrato una delle flessioni più marcate, mentre Shanghai, Seul, Taiwan e Sydney hanno mostrato debolezza. Tokyo ha invece contenuto le oscillazioni, sostenuta in parte dai titoli automobilistici e da alcuni produttori di semiconduttori. Sulle contrattazioni hanno pesato sia il rincaro dell'energia sia l'aumento dei rendimenti obbligazionari internazionali. Gli investitori temono che una nuova accelerazione dell'inflazione possa costringere le principali banche centrali a mantenere condizioni finanziarie restrittive più a lungo del previsto, riducendo l'attrattività delle società caratterizzate da valutazioni elevate e utili attesi soprattutto nel lungo periodo.


Il petrolio è diventato così uno dei principali indicatori osservati dai mercati. Nelle prime ore della giornata il Wti era scambiato intorno a 95,5 dollari al barile e il Brent poco sopra i 100 dollari, entrambi in lieve arretramento. Nel corso della seduta, però, le quotazioni hanno invertito la direzione. Il Brent è tornato nell'area dei 104 dollari, mentre il Wti ha prima raggiunto quota 99 e successivamente superato i 100 dollari al barile. La prospettiva di un conflitto prolungato e le incertezze sulle forniture provenienti dal Medio Oriente mantengono un consistente premio geopolitico incorporato nelle quotazioni. Anche il gas europeo rimane sotto osservazione, con prezzi vicini agli 80 euro per megawattora, livelli che non si vedevano da diversi anni.


In Europa il passaggio decisivo della giornata è arrivato dalla Banca centrale europea, che ha aumentato i tassi di interesse di 25 punti base. Il tasso sui depositi è salito così al 2,50%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,65% e quello sui prestiti marginali al 2,90%. La decisione era ampiamente prevista, ma conferma il cambio di scenario provocato dalla nuova pressione inflazionistica. La Bce ha indicato rischi al rialzo per i prezzi e al ribasso per la crescita, mentre ha rivisto le proprie previsioni sull'economia dell'Eurozona: il Pil è atteso in aumento dello 0,9% nel 2026, dell'1,4% nel 2027 e dell'1,5% nel 2028. L'inflazione dovrebbe invece rimanere sopra l'obiettivo del 2% più a lungo rispetto alle precedenti attese.


La reazione delle Borse europee è stata prudente. Piazza Affari, inizialmente positiva, ha perso slancio dopo la decisione della Bce, tornando intorno alla parità e sotto la soglia dei 52 mila punti. Deboli anche Francoforte, Parigi e Londra. Sul mercato obbligazionario il rendimento del Btp decennale si è mosso sopra il 4,3%, mentre lo spread con il Bund tedesco è rimasto nell'area degli 85 punti base. La crescita del costo del denaro riporta al centro dell'attenzione la sostenibilità del debito e l'impatto che tassi più elevati possono esercitare su famiglie, imprese e investimenti, proprio mentre l'aumento dei prezzi energetici rischia di rallentare ulteriormente l'attività economica.


La tensione si è estesa infine a Wall Street, dove gli indici hanno aperto in ribasso. Lo S&P 500 ha ceduto circa lo 0,6%, il Dow Jones quasi lo 0,5% e il Nasdaq circa l'1%, con il comparto tecnologico ancora una volta tra i più esposti alle vendite. A pesare sono stati anche i nuovi dati sui prezzi alla produzione statunitensi, aumentati dello 0,4% su base mensile e del 5,4% rispetto all'anno precedente. Numeri che rafforzano le aspettative di un ulteriore intervento della Federal Reserve e rendono più difficile immaginare un rapido allentamento monetario. Con petrolio, inflazione e rendimenti obbligazionari nuovamente in crescita, gli investitori stanno quindi rivedendo le proprie strategie, privilegiando maggiormente i settori difensivi ed energetici e riducendo l'esposizione alle attività più sensibili all'aumento dei tassi.

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