Ex Ilva, sospesi i licenziamenti nell’indotto: le imprese accolgono l’appello del Governo
- piscitellidaniel
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Si allenta, almeno temporaneamente, la tensione occupazionale attorno all’ex Ilva di Taranto. Le principali associazioni datoriali delle imprese dell’indotto hanno accolto la richiesta avanzata dal Governo di sospendere le procedure di licenziamento collettivo avviate nei giorni scorsi. La decisione è arrivata durante il confronto a Palazzo Chigi dedicato alla crisi dello stabilimento siderurgico e resterà valida almeno fino al pronunciamento della Corte d’Appello di Milano sulla vicenda dell’area a caldo. Aigi e Confederazione Aepi hanno scelto di aderire all’appello dell’esecutivo richiamando un principio di responsabilità, congelando così una procedura che coinvolge migliaia di lavoratori e che aveva fatto salire rapidamente la tensione sociale sul territorio tarantino.
Soltanto pochi giorni prima, infatti, era stato formalizzato l’avvio dei licenziamenti collettivi per oltre 2.500 dipendenti delle aziende dell’appalto e dell’indotto. La procedura interessava in particolare 28 imprese associate ad Aigi e rappresentava la conseguenza più immediata dell’incertezza sulla continuità produttiva dell’acciaieria. Le aziende avevano definito il ricorso agli esuberi una scelta estrema, sostenendo di non poter mantenere gli attuali livelli occupazionali in assenza di sufficienti volumi di attività. I lavoratori dell’indotto costituiscono infatti una componente essenziale del sistema industriale che ruota attorno allo stabilimento, occupandosi di manutenzione, servizi, logistica e numerose attività indispensabili al funzionamento degli impianti.
Il punto decisivo resta il futuro dell’area a caldo, sulla quale pesa il provvedimento giudiziario che ne prevede la sospensione delle attività entro la fine di ottobre. Proprio la prospettiva dello spegnimento ha determinato una brusca accelerazione della crisi dell’indotto, perché una riduzione sostanziale della produzione avrebbe conseguenze immediate sugli appalti affidati alle imprese esterne. Il Governo ha quindi chiesto alle associazioni imprenditoriali di attendere la decisione dei giudici prima di rendere irreversibili le procedure occupazionali. La sospensione non equivale però al ritiro definitivo dei licenziamenti: rappresenta una moratoria temporanea, strettamente collegata alle decisioni giudiziarie e alle garanzie che potranno essere costruite sul futuro industriale del sito.
Nel confronto con le imprese è tornato centrale anche il progetto di trasformazione dell’acciaieria verso una produzione maggiormente compatibile con gli obiettivi ambientali. Il percorso indicato passa attraverso la decarbonizzazione, l’utilizzo dei forni elettrici e delle tecnologie Dri per la produzione di preridotto, con l’obiettivo di ridurre progressivamente la dipendenza dal tradizionale ciclo integrale alimentato a carbone. Le associazioni dell’indotto chiedono però che la transizione industriale sia accompagnata da garanzie precise sui tempi, sui volumi produttivi e sulla continuità delle commesse. Per aziende fortemente dipendenti dallo stabilimento tarantino, una trasformazione prolungata senza adeguati strumenti di sostegno rischierebbe infatti di provocare comunque una perdita strutturale di occupazione e competenze.
La vertenza si intreccia inoltre con il processo per individuare nuovi investitori per Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria. Sul tavolo sono arrivate proposte vincolanti, mentre altri soggetti industriali hanno manifestato interesse per gli asset. Qualunque soluzione dovrà però confrontarsi con una situazione particolarmente complessa, nella quale devono convivere continuità della produzione, tutela ambientale, sostenibilità finanziaria e salvaguardia dei posti di lavoro. Il destino dell’indotto dipende direttamente dalla credibilità del nuovo piano industriale: senza una prospettiva certa sui livelli produttivi, anche imprese economicamente solide avrebbero difficoltà a mantenere invariati gli organici.
Il Governo ha inoltre prospettato la creazione di un tavolo permanente su Taranto, con l’obiettivo di coordinare gli interventi ed evitare che le diverse componenti della crisi vengano affrontate separatamente. In caso di conferma dello stop all’area a caldo, l’azione dovrebbe svilupparsi su più fronti: prosecuzione delle procedure per il futuro industriale dell’acciaieria, misure sociali per proteggere l’occupazione e programmi di reindustrializzazione capaci di assorbire almeno una parte della forza lavoro eventualmente coinvolta dalla riduzione delle attività siderurgiche. La questione non riguarda soltanto i dipendenti diretti, perché attorno allo stabilimento opera un sistema di aziende che costituisce una parte rilevante dell’economia tarantina.
La sospensione dei licenziamenti concede quindi tempo alle istituzioni, alle imprese e ai sindacati, ma lascia aperti i problemi strutturali che hanno determinato la crisi. Per l’indotto la priorità resta ottenere una prospettiva industriale sufficientemente chiara da consentire alle aziende di programmare attività e occupazione. Il congelamento delle procedure evita nell’immediato l’apertura di una crisi sociale che avrebbe coinvolto oltre 2.500 famiglie, mentre il prossimo passaggio giudiziario sull’area a caldo diventa determinante per stabilire quale percorso potrà seguire lo stabilimento e quali strumenti saranno necessari per proteggere uno dei più importanti sistemi industriali del Mezzogiorno.


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