CBAM e concorrenza sleale, la manifattura europea protesta contro l’Ue
- piscitellidaniel
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Il CBAM, il meccanismo europeo di adeguamento del carbonio alle frontiere entrato nella fase definitiva il 1° gennaio 2026, torna al centro dello scontro tra industria e istituzioni comunitarie. Nato per impedire che le imprese europee sottoposte ai costi dell’EU ETS siano penalizzate dalle importazioni provenienti da Paesi con standard climatici meno severi, il sistema viene giudicato ancora insufficiente da una parte crescente della manifattura continentale. Il problema riguarda soprattutto i produttori che utilizzano acciaio e alluminio come materie prime: mentre i materiali importati sono sottoposti al nuovo costo del carbonio, numerosi prodotti finiti realizzati fuori dall’Unione possono ancora entrare nel mercato europeo senza sostenere un onere equivalente. Una situazione che, secondo le imprese, rischia di trasformare uno strumento nato per difendere la competitività europea in un vantaggio indiretto per la produzione extra-Ue.
Il meccanismo interessa attualmente settori ad alta intensità di emissioni come ferro e acciaio, alluminio, cemento, fertilizzanti, elettricità e idrogeno. Gli importatori devono dichiarare le emissioni incorporate nei beni acquistati all’estero e acquistare certificati il cui prezzo è collegato alle quote del sistema europeo ETS, tenendo conto dell’eventuale carbon price già pagato nel Paese di origine. Parallelamente, per i produttori europei viene progressivamente ridotta l’assegnazione gratuita delle quote ETS. È proprio questa combinazione a preoccupare molte aziende manifatturiere: il costo della decarbonizzazione entra nel prezzo delle materie prime utilizzate dalle fabbriche europee, mentre alcuni concorrenti internazionali possono commercializzare nell’Unione prodotti trasformati non ancora pienamente coperti dal CBAM.
Il rischio viene definito carbon leakage a valle. Un produttore europeo di componenti, macchinari, elettrodomestici o altri manufatti contenenti grandi quantità di metallo può trovarsi a sostenere un costo crescente per acciaio e alluminio, mentre un concorrente situato fuori dall’Unione può realizzare il prodotto finito utilizzando materiali ottenuti con processi più emissivi e successivamente esportarlo nel mercato comunitario. Il risultato sarebbe paradossale: invece di favorire la decarbonizzazione della produzione, la regolamentazione potrebbe incentivare lo spostamento di alcune lavorazioni industriali verso Paesi nei quali i vincoli ambientali sono inferiori. La stessa analisi europea ha riconosciuto l’esistenza del problema, individuando migliaia di categorie di prodotti che incorporano materiali già soggetti al CBAM.
La Commissione europea ha proposto per questo motivo di ampliare il campo di applicazione del meccanismo a determinati prodotti downstream e di rafforzare le misure contro l’elusione. Il Consiglio dell’Unione europea ha raggiunto nel giugno 2026 una posizione favorevole al rafforzamento del sistema, mentre il dossier deve proseguire nel percorso legislativo con il Parlamento europeo. Per la manifattura, tuttavia, la velocità dell’intervento è fondamentale. Le imprese temono che un periodo prolungato di squilibrio possa favorire l’aumento delle importazioni di prodotti finiti proprio mentre le fabbriche europee affrontano costi energetici, ambientali e finanziari superiori rispetto a molti concorrenti globali.
La questione è particolarmente sensibile per l’industria italiana, caratterizzata da una forte presenza di imprese manifatturiere che trasformano metalli e componenti intermedi. Elettrodomestici, meccanica, automotive, impiantistica e numerose produzioni specializzate dipendono dalla disponibilità di acciaio e alluminio a condizioni competitive. Il tema è già emerso anche nei tavoli dedicati alle crisi industriali, dove la necessità di rivedere il CBAM è stata collegata alla difesa delle produzioni europee dalla concorrenza sleale, in particolare quella proveniente da economie caratterizzate da costi industriali e ambientali differenti. La tutela della produzione primaria, secondo questa impostazione, deve quindi essere accompagnata da una protezione efficace dell’intera catena del valore.
Sul tavolo non c’è soltanto la competitività dei singoli stabilimenti, ma la capacità dell’Europa di conservare una propria base industriale strategica mentre procede verso obiettivi climatici più ambiziosi. L’eliminazione graduale delle quote gratuite ETS rende necessario un sistema di frontiera capace di evitare differenze sostanziali nel costo del carbonio tra produzione interna e importazioni. Per le imprese, però, il principio deve essere applicato anche ai manufatti che incorporano materiali ad alta intensità energetica, altrimenti una parte della pressione ambientale potrebbe semplicemente trasferirsi da una fase all’altra della filiera. Il confronto tra Bruxelles e industria si concentra quindi sulla velocità con cui estendere il CBAM, sulle categorie da includere e sugli strumenti necessari per impedire triangolazioni e pratiche elusive.
La protesta della manifattura europea mette così in evidenza una delle questioni più delicate della transizione verde: conciliare riduzione delle emissioni e competitività senza accelerare la delocalizzazione delle produzioni. L’industria non contesta necessariamente l’obiettivo di attribuire un prezzo alla CO₂, ma chiede condizioni comparabili tra chi produce nell’Unione e chi vende nello stesso mercato partendo da Paesi terzi. L’evoluzione del CBAM diventa quindi un banco di prova della politica industriale europea, chiamata a dimostrare che decarbonizzazione, investimenti e tutela delle filiere possono procedere insieme senza trasformare gli obblighi ambientali in uno svantaggio competitivo per le fabbriche del continente.


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