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Un italiano su cinque ha rinunciato alle vacanze per colpa dei rincari: impatto dell’inflazione sui consumi turistici

L’estate 2025 si sta caratterizzando per una frenata significativa nei consumi legati al turismo, con un dato che fotografa una realtà preoccupante: un italiano su cinque ha rinunciato alla vacanza estiva a causa dell’aumento dei prezzi. Il dato emerge da un’indagine condotta su scala nazionale, che mette in luce gli effetti dell’inflazione e dell’aumento del costo della vita sulle abitudini delle famiglie.


Le spese per viaggi, alloggi e servizi accessori sono diventate troppo onerose per un’ampia fetta della popolazione, che si è trovata costretta a tagliare una voce che fino a pochi anni fa veniva considerata essenziale per il benessere e la qualità della vita. L’incremento dei costi medi per un soggiorno di una settimana in località turistiche italiane è stimato attorno al 12% rispetto all’anno precedente, con punte anche del 18% in alcune mete di mare ad alta affluenza.


A incidere maggiormente sono stati i rincari nei trasporti, sia su gomma che su rotaia. I biglietti ferroviari, specie sulle tratte ad alta velocità, hanno subito aumenti consistenti, mentre il trasporto aereo, complice anche l’aumento del carburante, ha fatto registrare tariffe molto più alte rispetto all’estate 2024. L’auto privata, che resta il mezzo preferito dagli italiani per raggiungere le destinazioni di vacanza, ha risentito del caro carburanti, con la benzina tornata stabilmente sopra i 2 euro al litro in molte aree del Paese.


Ma il costo dei trasporti è solo una parte del problema. Anche le strutture ricettive, pressate da bollette energetiche elevate e costi di gestione più alti, hanno adeguato i listini. L’aumento medio del prezzo per notte in hotel tre stelle ha superato l’11%, mentre i bed & breakfast, che negli ultimi anni avevano rappresentato l’alternativa più economica, hanno anch’essi ritoccato i prezzi verso l’alto.


Secondo le associazioni dei consumatori, l’incidenza della vacanza sul bilancio familiare è ormai insostenibile per molte famiglie a reddito medio-basso. Per un nucleo familiare di quattro persone, una vacanza di una settimana può superare facilmente i 2500 euro, cifra che rappresenta una spesa troppo elevata in un contesto in cui i salari reali sono rimasti pressoché fermi e i tassi di risparmio sono scesi.


Le rinunce non hanno riguardato solo le vacanze “classiche”, ma anche le brevi fughe del fine settimana, i soggiorni in agriturismo o le giornate al mare. Il dato interessante è che la percentuale di rinunce è più alta tra i giovani under 35 e gli over 65, categorie che più di altre hanno visto ridursi la propria capacità di spesa. Per i primi, la precarietà lavorativa e l’instabilità economica pesano; per i secondi, l’erosione del potere d’acquisto delle pensioni incide fortemente sulle scelte di consumo.


Il turismo interno, che durante gli anni della pandemia aveva vissuto una parziale riscoperta da parte degli italiani, subisce ora un contraccolpo. Le regioni del Sud, storicamente mete a vocazione balneare, stanno registrando un calo delle presenze soprattutto da parte dei turisti domestici. In compenso, l’afflusso di turisti stranieri – spinti da un cambio favorevole euro-dollaro e attratti dalle bellezze italiane – sta in parte compensando le perdite. Tuttavia, ciò non basta a bilanciare le difficoltà economiche vissute da milioni di cittadini italiani.


Molti albergatori e operatori del settore lamentano un’estate al di sotto delle aspettative. Nonostante un calendario favorevole, con ponti e festività ben distribuite, la domanda interna è risultata fiacca. Le prenotazioni last minute, che negli anni scorsi avevano salvato la stagione, sono state inferiori alle attese. Molti italiani hanno scelto soluzioni “low cost” alternative, come le vacanze a casa di amici o parenti, oppure la permanenza in città, limitandosi a gite giornaliere o weekend occasionali.


Un ulteriore elemento di attenzione riguarda il comparto della ristorazione turistica. Anche in questo settore, gli aumenti dei costi – in particolare quelli delle materie prime alimentari – si sono tradotti in listini più salati. Mangiare fuori, soprattutto nei luoghi di villeggiatura, è diventato molto più costoso, portando molti turisti a optare per soluzioni di auto-catering o ad abbreviare la durata del soggiorno.


La situazione riflette una più ampia dinamica economica che coinvolge l’intera Europa, ma in Italia assume tratti più marcati a causa della bassa crescita e delle persistenti fragilità del mercato del lavoro. Il turismo, che rappresenta circa il 13% del PIL nazionale, risente direttamente delle difficoltà delle famiglie e del loro potere di acquisto.


Le prospettive per i prossimi mesi restano incerte. Molti operatori sperano in una ripresa con l’arrivo dell’autunno e delle festività invernali, ma il rischio è che la contrazione dei consumi si consolidi come fenomeno strutturale. Gli italiani, storicamente affezionati al rito delle ferie estive, stanno rivalutando le proprie priorità economiche, riconsiderando la vacanza come un lusso piuttosto che come una necessità.

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