Trump elogia Israele e invoca una nuova pace in Medio Oriente: “La vittoria porterà stabilità, all’Iran la mano aperta se abbandona la minaccia nucleare”
- piscitellidaniel
- 13 ott
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L’ex presidente americano Donald Trump è tornato al centro della scena internazionale con un discorso pronunciato di fronte ai membri della Knesset, il Parlamento israeliano, nel quale ha ribadito il suo sostegno allo Stato di Israele e ha delineato una visione di equilibrio per il Medio Oriente fondata sulla forza, sulla diplomazia selettiva e sulla deterrenza. Le sue parole, pronunciate in un momento di grande instabilità geopolitica, hanno riacceso il dibattito sulla futura politica estera americana e sulle relazioni tra Washington, Teheran e i Paesi arabi.
Nel suo intervento, Trump ha definito la guerra in corso tra Israele e Hamas “una battaglia decisiva tra civiltà e barbarie” e ha affermato che la vittoria israeliana “non sarà solo militare, ma politica e morale”. Ha lodato la determinazione del governo di Benjamin Netanyahu, sostenendo che la sicurezza di Israele rappresenta un presupposto indispensabile per qualsiasi futuro accordo di pace nella regione. “Israele vincerà e, quando accadrà, ci sarà la possibilità di costruire una pace duratura in Medio Oriente” ha dichiarato, ricevendo un lungo applauso dai parlamentari.
Tuttavia, il passaggio che ha suscitato maggiore attenzione è stato quello relativo all’Iran. Trump, pur ribadendo la sua linea di fermezza verso Teheran, ha aperto la porta a una possibile ripresa del dialogo, a condizione che il regime iraniano rinunci al programma nucleare militare e interrompa il sostegno alle milizie armate nella regione. “All’Iran offro una mano aperta, ma solo se sceglierà la strada della pace e della prosperità. Se invece continuerà a minacciare Israele e a destabilizzare i Paesi vicini, dovrà affrontare le conseguenze delle sue azioni”, ha affermato, richiamando la linea di pressione diplomatica e sanzioni che aveva caratterizzato la sua amministrazione tra il 2017 e il 2021.
Il discorso ha avuto una forte valenza politica interna negli Stati Uniti, dove Trump è impegnato nella campagna elettorale per tornare alla Casa Bianca. Presentarsi come il difensore di Israele e l’artefice di un nuovo equilibrio mediorientale consente all’ex presidente di rafforzare il consenso tra l’elettorato conservatore e tra gli alleati più vicini alla comunità evangelica americana, tradizionalmente molto sensibile ai temi legati alla sicurezza israeliana. Le sue parole sono state accolte con entusiasmo da parte del Likud, il partito di Netanyahu, che lo considera da sempre un interlocutore privilegiato, soprattutto dopo la firma degli Accordi di Abramo, che nel 2020 avevano aperto alla normalizzazione dei rapporti tra Israele, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e successivamente altri Paesi arabi.
Trump ha sottolineato come quegli accordi rappresentino “la prova che la pace è possibile quando si parte dalla forza e non dalla debolezza”, ribadendo la sua visione di un Medio Oriente nel quale Israele possa convivere con i vicini arabi senza dover rinunciare alla propria sicurezza. Ha elogiato inoltre i progressi diplomatici conseguiti sotto la sua amministrazione, rivendicando il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme come “un atto di verità storica e di rispetto per l’identità del popolo ebraico”.
Sulla situazione attuale nella Striscia di Gaza, l’ex presidente ha adottato un tono duro, affermando che “nessun Paese al mondo può tollerare un’organizzazione terroristica al proprio confine”. Ha definito Hamas “un ostacolo alla pace e alla vita civile”, sostenendo che la sua eliminazione è un passaggio necessario per restituire al popolo palestinese la possibilità di costruire un futuro stabile. Allo stesso tempo, ha affermato che la popolazione civile di Gaza “ha diritto a vivere in pace e sicurezza” e che la comunità internazionale deve impegnarsi per garantire aiuti umanitari senza permettere che essi vengano sfruttati dai gruppi armati.
Il riferimento all’Iran è stato accompagnato da un monito alla comunità internazionale. Trump ha accusato l’amministrazione di Joe Biden di aver mostrato “debolezza e incoerenza” nella gestione del dossier nucleare iraniano, ricordando di aver ritirato gli Stati Uniti dall’accordo del 2015 e di aver imposto sanzioni “senza precedenti” per costringere Teheran a negoziare un nuovo patto più restrittivo. “Il mondo ha visto che la deterrenza funziona solo quando chi la esercita è credibile e determinato” ha detto, aggiungendo che un eventuale ritorno al potere comporterebbe il ripristino di una politica estera più assertiva.
Sul piano internazionale, le reazioni al discorso sono state immediate. In Israele, la maggior parte dei media ha interpretato le parole di Trump come un gesto di forte sostegno al governo Netanyahu, ma anche come un messaggio indiretto all’amministrazione americana, accusata di oscillare tra il sostegno a Israele e la pressione per il contenimento militare. A Teheran, il ministero degli Esteri ha condannato le dichiarazioni dell’ex presidente, definendole “una provocazione mirata a riaccendere la tensione regionale”.
Analisti e osservatori politici sottolineano che il discorso alla Knesset segna una tappa importante nella strategia di Trump per riaffermare la propria centralità sulla scena geopolitica globale. Il riferimento a un possibile riavvicinamento all’Iran, pur condizionato, rappresenta una mossa tattica: da un lato offre l’immagine di un leader disposto al dialogo, dall’altro riafferma la linea della forza come unico strumento credibile di diplomazia.
Nel suo intervento, Trump ha anche accennato alla necessità di un nuovo “patto di sicurezza regionale” che coinvolga Israele, Arabia Saudita, Egitto e Giordania, volto a contrastare la minaccia del terrorismo e a garantire stabilità economica. Pur senza entrare nei dettagli, ha lasciato intendere che un ritorno alla Casa Bianca comporterebbe la ripresa di un processo negoziale più ampio, fondato sulla cooperazione strategica tra Paesi arabi e Israele sotto l’egida americana.
Il messaggio complessivo del suo discorso è apparso coerente con la visione geopolitica che ha caratterizzato la sua precedente presidenza: un Medio Oriente stabilizzato non attraverso la diplomazia multilaterale, ma mediante accordi bilaterali fondati sull’interesse reciproco e sulla forza dissuasiva. Israele, in questo schema, rimane il pilastro dell’architettura di sicurezza regionale e il principale alleato degli Stati Uniti in un’area attraversata da profonde tensioni.
Il ritorno di Trump sul palcoscenico israeliano, dunque, non è solo un gesto simbolico, ma un’anticipazione di quello che potrebbe essere il suo approccio in caso di nuovo mandato. Il richiamo alla vittoria come condizione della pace e la mano tesa all’Iran segnano una linea di continuità con la sua visione pragmatica del potere, dove la diplomazia si fonda sulla forza e la pace è il risultato di una supremazia riconosciuta.

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