Tlc Italia quinta in Ue per reti 5G, ma i ritardi nei permessi frenano l’avanzata
- piscitellidaniel
- 14 ott
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L’Italia, pur collocandosi tra i paesi europei con un buon posizionamento nel panorama delle reti mobili, soffre oggi di un paradosso: occupa la quinta posizione nell’Unione europea per diffusione del 5G, ma l’espansione concreta delle infrastrutture viene rallentata da ostacoli normativi, autorizzativi e procedurali che indeboliscono la sua competitività digitale. Le potenzialità tecnologiche ci sono, le risorse anche, ma le lentezze burocratiche e i vincoli locali impediscono che si traduca appieno in vantaggio strategico per cittadini e imprese.
L’analisi del posizionamento europeo del nostro Paese mostra che l’Italia ha fatto notevoli progressi nella copertura e nell’adozione del 5G, ma la corsa è afflitta da freni che ne attenuano il ritmo. Le città principali come Milano e Roma faticano a emergere nella classifica della “qualità dell’esperienza 5G” rispetto alle capitali del Nord Europa, nonostante investimenti ingenti da parte degli operatori. I test condotti su rete e prestazioni mostrano che in molte zone urbane l’utenza finisce ancora per pendere verso il 4G per questioni di stabilità e rendimento: un segnale evidente che la mera estensione delle antenne non garantisce un servizio pienamente performante.
Una delle criticità più evidenti è la gestione dei permessi: la burocrazia locale, la frammentazione normativa tra regioni e comuni, e tempi lunghi per ottenere autorizzazioni edilizie e ambientali per le installazioni rallentano l’espansione fisica delle reti. In un contesto in cui la tecnologia avanza, l’Italia resta vincolata a pratiche amministrative obsolete che diventano un collo di bottiglia. Non basta disporre di frequenze e disponibilità tecnica: serve anche un contesto normativo coerente, che consenta interventi rapidi, efficaci e diffusi sul territorio.
In parallelo, l’Italia ha avviato strumenti e politiche per colmare il gap infrastrutturale, come il Piano Italia 5G – che a livello centrale mette a disposizione risorse per realizzare reti mobili neanche presenti nelle cosiddette aree “a fallimento di mercato” – affidando incentivi alla realizzazione di nuove stazioni radio, all’integrazione con fibra ottica e alla densificazione delle reti esistenti. Il piano, tuttavia, non risolve da solo le criticità di contesto, e il suo impatto è in parte limitato dalle resistenze locali e dalla lentezza dei processi autorizzativi.
Il confronto internazionale non è favorevole: nel resto d’Europa molte nazioni hanno accelerato la semplificazione delle normative per le reti digitali, ridotto l’imposizione burocratica sugli operatori e adottato procedure più snelle per le autorizzazioni su edifici pubblici e su aree urbane densamente popolate. In questi paesi, la diffusione del 5G ha avuto un impatto più rapido sull’economia digitale, sull’innovazione delle imprese e sui servizi agli utenti finali. In Italia, invece, la frammentazione delle competenze tra enti locali, norme regionali e vincoli di tutela ambientale crea un mosaico complesso che rende ogni intervento infrastrutturale una sfida.
Gli operatori del settore non restano in silenzio: chiedono un cambio di passo, una riforma normativa incisiva che renda omogenei i criteri autorizzativi, snellisca i passaggi e definisca tempi certi per il rilascio delle autorizzazioni. Il settore delle telecomunicazioni è in prima linea anche nella proposta di una revisione delle regole europee per favorire investimenti nelle reti digitali, stimolando una sinergia tra politica, regolatori e mondo imprenditoriale. Il rischio, altrimenti, è che le infrastrutture rimangano sottoutilizzate e che il miglioramento tecnologico non si traduca in reale progresso per imprese e cittadini.
Inoltre, la sfida non è solo tecnica o normativa, ma anche industriale: l’Italia deve saper valorizzare la propria base tecnologica, coinvolgere le imprese specializzate di rete, potenziare le competenze locali e costruire un ecosistema in grado di sostenere la manutenzione, la crescita e l’evoluzione del 5G verso le generazioni successive. In un contesto globale di competizione tecnologica, rimanere indietro nei tempi di attuazione significa perdere terreno sugli investimenti esteri, sulle startup e sui progetti di innovazione che richiedono connessioni ultra-performanti, bassa latenza e alta affidabilità.
Se si vuole che il 5G diventi davvero infrastruttura abilitante per il Paese, capace di supportare smart city, mobilità connessa, industria 4.0 e servizi digitali evoluti, è urgente intervenire non solo sugli aspetti tecnici, ma soprattutto su quelli regolatori. Le reti ci sono, i costi sono stati sostenuti, la domanda è presente: ora serve che il quadro normativo e autorizzativo non sia più l’ostacolo che frena l’Italia nel suo percorso verso la piena modernizzazione digitale.

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