Svizzera e Germania mettono in allarme la logistica ferroviaria italiana: regole più rigide, controlli severi e rischi sull’export via rotaia
- piscitellidaniel
- 15 ott
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Su tutto il tessuto logistico europeo si fa sentire una tensione nuova, perché le scelte recenti di Svizzera e Germania rischiano di alterare profondamente le rotte del trasporto ferroviario merci e di mettere in difficoltà l’Italia, che da sempre punta sul trasporto su rotaia per sostenere export e sostenibilità. Le iniziative adottate dalle autorità elvetiche e tedesche suggeriscono una stretta sui criteri di sicurezza, ispezioni più stringenti, nuovi requisiti tecnici per il materiale rotabile — tutto ciò in un quadro normativo che rischia di generare discontinuità, rallentamenti nei valichi alpini e impatti sull’efficienza della catena logistica nazionale.
Al centro del dibattito ci sono le regole imposte dalla Svizzera, che a seguito dell’incidente del 2023 nella galleria di base del San Gottardo (deragliamento che ha danneggiato infrastrutture e binari) ha avviato un riesame completo delle misure di sicurezza ferroviaria. Le autorità svizzere — attraverso l’Ufficio Federale dei Trasporti (UFT) — hanno introdotto disposizioni immediate che riguardano i convogli merci: occorrerà, tra le altre cose, adeguare il sistema frenante dei treni, garantire test non distruttivi prima delle partenze, prescrivere limiti di velocità maggiormente cauti in certi tratti e in alcuni casi imporre ispezioni preventive più stringenti. Alcune delle nuove norme si riferiscono anche al materiale rotabile: le suole dei freni, realizzate in compositi avanzati, sarebbero considerate a rischio di rottura delle ruote, secondo le evidenze raccolte dal Servizio d’Inchiesta Svizzero sulla Sicurezza (SIS).
Le imprese italiane del settore manifestano preoccupazione: le misure sono considerate “unilaterali” e in alcuni casi non coordinate con i regolamenti europei condivisi. Le restrizioni, se applicate senza dialogo, rischiano di creare strozzature operative nei valichi alpini, soprattutto per i corridoi italo-tedeschi, sui quali transitano gran parte delle merci italiane dirette verso il centro e nord Europa. Le ispezioni più frequenti, i controlli tecnici più severi e i tempi maggiori per le verifiche potrebbero tradursi in ritardi nei transiti e costi logistici crescenti.
La Germania, dal canto suo, mostra segnali di inasprimento nei controlli doganali e nei requisiti di compatibilità tecnica per i treni merci in ingresso o transito. Non si tratta (almeno allo stato attuale) di misure radicali, ma di un irrigidimento prudenziale che può tradursi in una maggiore attenzione alle conformità ambientali, emissioni, pesi per asse, compatibilità infrastrutturale e documentazione tecnica. L’effetto combinato tra Germania e Svizzera è percepito come un raddoppio della difficoltà per il sistema ferroviario italiano: non più soltanto traffico “verso nord”, ma una rete attraversata da più filtri e controlli.
Il nodo più complesso riguarda i valichi alpini, dove la Svizzera esercita un ruolo cruciale come paese di transito tra le direttrici nord-sud europee. In passato, ogni interruzione, ogni limitazione di capacità o ogni crisi tecnica lì ha prodotto deviazioni verso la strada, congestionando autostrade e aumentando costi e inquinamento. Le nuove misure di sicurezza svizzere rischiano di ridurre la soglia di transito consentita, oppure di imporre stop cautelativi che oggi non esistevano. Le linee alternative, spesso meno dirette o con minore capacità, non possono assorbire grandi volumi senza decadimento dell’efficienza.
Le associazioni del settore — Fermerci, Assoferr e operatori della logistica ferroviaria — segnalano che il trasporto merci su rotaia è la modalità più sostenibile nel lungo termine, ma che le recenti misure, non coordinate e a tratti drastiche, rischiano di invertire la rotta, riportando traffico merci sulla gomma con conseguenze strutturali per emissioni, costi e infrastrutture stradali. Alcuni esponenti stimano che l’effetto cumulato sulle tariffe, sui tempi e sulle inefficienze possa tradursi in perdite per decine di milioni di euro all’anno per la logistica nazionale.
C’è da registrare anche un aspetto di principio: la tensione tra autonomia nazionale e coordinamento europeo. Le misure della Svizzera, in particolare, sono percepite come scelte che trascendono i confini nazionali e incidono su corridoi transnazionali. Molti operatori invocano un rafforzamento del ruolo delle istituzioni europee per armonizzare standard tecnici e norme di traffico, prevenire distorsioni e garantire la continuità del mercato unico logistico.
Sul piano operativo, gli operatori italiani sono messi sotto pressione per adeguare rapidamente i propri rotabili e le procedure di manutenzione alle nuove normative “a monte”. Ciò significa costi extra per adeguamenti tecnici, controlli più frequenti, revisioni anticipate e certificazioni aggiuntive. Molte imprese logistiche stanno già effettuando simulazioni per valutare l’impatto sui tempi e sui costi, e alcune paventano la possibilità di rivedere le rotte prescelte, optando per percorsi alternativi, più lunghi ma meno soggetti a strozzature.
Se la Svizzera nel breve termine impone restrizioni volte a garantire la sicurezza dopo incidenti gravi, il rischio è che queste diventino durature, introducendo permanenti barriere operative nei corridoi alpini. E la Germania, seguendo ragioni analoghe — ambientali, di conformità tecnica, di pressione normativa — potrebbe diventare un filtro più severo di quanto non lo fosse fino a oggi. Per l’Italia, che già sconta ritardi nelle infrastrutture ferroviarie, scarsa interoperabilità e una complessità normativa interna, questi scenari aggiungono ulteriori ostacoli.
Ciò rende urgente una risposta politica, diplomatica e tecnica coordinata: è necessario aprire tavoli bilaterali con le autorità svizzere e tedesche, coinvolgere la Commissione Europea, rafforzare la cooperazione transfrontaliera e definire protocolli operativi condivisi per evitare discrepanze applicative. Sul fronte nazionale, serve una spinta accelerata all’adeguamento dei convogli italiani, al miglioramento della manutenzione preventiva e all’anticipazione dei requisiti tecnici richiesti all’ingresso nei territori esteri. Solo così l’Italia potrà difendere la logistica ferroviaria come asse strategico dell’economia sostenibile e non trovarsi con i treni inchiodati ai valichi.

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