Stellantis, l’allarme della Fiom: in quattro anni via quasi 10mila lavoratori e mezzo milione di auto prodotte in meno in Italia
Il quadro delineato dalla Fiom sulla presenza di Stellantis in Italia è allarmante e fotografa una trasformazione profonda del settore automotive nazionale. Dal 2020 a oggi, secondo i dati diffusi dal sindacato, la multinazionale nata dalla fusione tra FCA e PSA avrebbe ridotto la forza lavoro di quasi 10mila unità, passando da circa 55mila dipendenti a poco più di 45mila. Parallelamente, la produzione di autovetture nel Paese ha subito un calo di mezzo milione di unità, un dato che segna una contrazione strutturale e mette in evidenza la progressiva riduzione del ruolo dell’Italia nelle strategie produttive del gruppo.
La Fiom parla apertamente di una “fuga dall’Italia”, con una strategia che privilegia altri paesi europei e mercati esteri a scapito degli stabilimenti italiani. Gli impianti storici di Mirafiori, Pomigliano, Cassino e Melfi, un tempo cuore pulsante dell’industria automobilistica nazionale, hanno visto diminuire la capacità produttiva e registrano un utilizzo parziale degli impianti. Questo trend è accompagnato dall’aumento degli ammortizzatori sociali, con migliaia di lavoratori coinvolti in cassa integrazione ordinaria o straordinaria.
La riduzione occupazionale non riguarda solo le linee di montaggio ma anche i reparti collegati, come la logistica, l’indotto e le attività di ricerca e sviluppo. Il ridimensionamento si riflette sull’intera filiera, colpendo le piccole e medie imprese che da decenni gravitano attorno agli stabilimenti Stellantis. Il calo della produzione non si limita a una contrazione quantitativa: per il sindacato, esso rappresenta una perdita di peso strategico dell’Italia, che rischia di diventare un mercato di consumo e non più di produzione.
La transizione elettrica è uno degli elementi che accentuano le difficoltà. Stellantis ha avviato investimenti importanti in Francia e in Germania, con la costruzione di gigafactory e nuovi poli produttivi, mentre in Italia i progetti appaiono meno definiti e con risorse ridotte. Gli stabilimenti italiani si trovano così in una fase di incertezza, con modelli affidati in parte alle catene produttive locali ma senza un piano chiaro di rilancio a lungo termine. Secondo la Fiom, il rischio è che la transizione verde si traduca in un’ulteriore marginalizzazione del Paese all’interno delle strategie del gruppo.
I dati raccolti indicano che nel 2017 la produzione complessiva di auto in Italia superava il milione di unità, mentre oggi si è scesi sotto le 500mila. Questa contrazione coincide con una perdita di competitività e con la progressiva delocalizzazione di modelli storicamente prodotti nel nostro Paese. La riduzione dei volumi mette in discussione la sostenibilità degli impianti stessi, alimentando il timore di ulteriori chiusure o ridimensionamenti.
Dal punto di vista sindacale, la denuncia della Fiom ha una valenza politica oltre che industriale. Si sottolinea la necessità di un intervento diretto del governo per garantire che Stellantis mantenga una presenza produttiva significativa in Italia, vincolando eventuali incentivi e sostegni pubblici a impegni occupazionali concreti. L’assenza di una politica industriale nazionale forte viene indicata come una delle cause del progressivo disimpegno del gruppo nel Paese.
Le preoccupazioni si estendono anche al futuro occupazionale dei giovani. Con minori investimenti in ricerca e sviluppo in Italia e con la riduzione di nuove linee produttive, le opportunità per l’ingresso di nuove generazioni di lavoratori qualificati si riducono drasticamente. In un settore che dovrebbe trainare l’innovazione tecnologica e la transizione ecologica, la mancanza di prospettive rischia di produrre un ulteriore esodo di competenze e professionalità.
Il calo occupazionale e produttivo di Stellantis in Italia non è soltanto un dato statistico, ma un fenomeno che tocca in profondità la storia industriale del Paese. Una trasformazione che mette in discussione l’identità stessa di territori che per decenni hanno legato la loro crescita economica e sociale all’automotive. La sfida dei prossimi anni sarà capire se e come l’Italia riuscirà a mantenere un ruolo centrale nell’industria automobilistica europea o se dovrà rassegnarsi a un ridimensionamento permanente, con tutte le conseguenze economiche e sociali che ne derivano.





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