Quando il raccolto di nocciole cade –60 %: una crisi che scuote la filiera dolciaria italiana
- piscitellidaniel
- 26 set
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Il grido d’allarme arriva dai noccioleti: in molte zone d’Italia il raccolto di nocciole nel 2025 si è ridotto fino al 60 per cento rispetto agli standard attesi. Una perdita drammatica, figlia di una combinazione letale di cambiamenti climatici, parassiti invasivi e instabilità agronomica, che mette a rischio non solo i redditi delle aziende agricole, ma l’intera catena produttiva dell’industria dolciaria nazionale.
Le regioni più colpite — Piemonte, Lazio, Campania — denunciano scenari da emergenza agricola. In alcuni casi, la resa è stata azzerata in porzioni di impianto più anziano o particolarmente vulnerabile agli stress ambientali. Il fenomeno della cascola precoce, cioè la caduta anticipata delle nocciole prima della maturazione, si è generalizzato, aggravato da gelate tardive, escursioni termiche intense e siccità. In Campania, in progetti sperimentali e casi isolati, si parla di perdite tra il 60 e il 90 per cento in alcuni appezzamenti. Nel Lazio alcune stime parlano di un calo produttivo attorno al 40 per cento del potenziale, con gli impianti più giovane che mostrano maggiore resistenza. Anche in Piemonte, la storica “Tonda Gentile” fatica a mantenere i volumi consueti: piogge tardive, problemi di impollinazione e attacchi da insetti hanno contribuito a rese dimezzate.
La cimice asiatica è ormai figura centrale nella tragedia della nocciolicoltura italiana: ha danneggiato non solo la quantità ma anche la qualità del prodotto, rendendo molte nocciole non idonee alla trasformazione. Aumenta la disomogeneità fra frutti dello stesso lotto, cosa che rende difficile per le industrie dolciarie operare contratti di acquisto con condizioni precise. Si aggiungono stress idrici, deficit nutrizionali, attacchi fungini e patologie che, collegate al surriscaldamento globale, si manifestano con una frequenza e verosimilmente con una gravità superiore al passato.
Il crollo produttivo non è un semplice indicatore numerico: rappresenta una ferita profonda nella filiera corilicola. Le aziende, molte delle quali di dimensioni piccole o medie, vedono ridursi i margini fino al punto che il costo della raccolta può superare il valore della resa. Diverse realtà hanno scelto di non raccogliere affatto su superfici compromesse per evitare spese insostenibili. La perdita viene aggravata dal fatto che i costi fissi (manodopera, logistica, investimenti) restano, anche quando il volume scende drammaticamente.
Il danno si propaga lungo tutta la filiera dolciaria. Le imprese di trasformazione, che dipendono dalla materia prima italiana per creme, paste, gelati e prodotti di confetteria, rischiano di subire tensioni di approvvigionamento e oscillazioni di prezzo importanti. In molti casi, le aziende dovranno riflettere sul mix di approvvigionamenti, sull’attrazione di nocciole estere o su piani di ristrutturazione della produzione per compensare la scarsità interna. Il rischio è che il “made in Italy” sulla nocciola si riduca a puro slogan se non si garantisce continuità di materia prima.
Una delle vie invocate è quella del tavolo di filiera, voluto da Cia (Confederazione Italiana Agricoltori) per attivare misure urgenti: riconoscimento dello stato di calamità naturale, sostegni economici, investimenti in ricerca, monitoraggio fitosanitario e incentivi per rigenerare gli impianti. Si richiede anche una politica pubblica di lungo termine per rendere la corilicoltura italiana più resiliente: selezione varietale, difesa integrata, irrigazione efficiente, sistemi di copertura climatica.
La ricerca rappresenta un banco di prova chiave. Le Tecniche di Evoluzione Assistita (TEA) e la genetica agraria possono offrire nuove varietà più resistenti agli stress climatici e meno vulnerabili agli agenti patogeni. Ma la scienza sola non basta: serve il supporto delle istituzioni, la formazione degli agricoltori, l’innovazione agronomica e una rete logistica efficiente che consenta di minimizzare le perdite post-raccolta.
Il quadro economico del comparto corilicolo è profondamente compromesso. In aree con raccolti dimezzati o peggio, aziende agricole che già operavano con margini ridotti vedranno il proprio reddito gravemente eroso. In alcuni casi, l’unica alternativa sarà abbandonare superfici, ritardare investimenti o uscire dalla produzione specializzata. Ciò apre scenari di desertificazione agricola, specie nelle zone interne, dove il costo di impresa è più alto e le infrastrutture più deboli.
Sul mercato mondiale, la scarsità italiana si intreccia con l’andamento turco, che tradizionalmente domina la produzione globale. Se anche la Turchia registrasse cali, i prezzi saliranno, ma l’Italia rischia di non poter sfruttare appieno quegli aumenti, se non avrà prodotto sufficiente. Parallelamente, Paesi emergenti come il Cile stanno rafforzando la loro capacità produttiva, rendendo più sfidante mantenere quota di mercato internazionale.
Nel breve-medio termine, la parola “gestione del rischio” sarà centrale: assicurazioni agricole, contratti a garanzia di prezzo, strumenti finanziari di copertura del prezzo, piani anticipati di raccolta e stoccaggio intenzionale. Le imprese e le cooperative che riusciranno a costruire scenari proattivi di gestione del rischio potranno attenuare l’impatto del crollo.
In Italia, il rischio è che il fenomeno, già grave nel 2025, diventi strutturale. Se stagioni negative come questa si ripetessero, la sostenibilità della nocciolicoltura nazionale diverrebbe precaria. È necessario un piano complessivo — pubblico-privato — che metta in rete ricerca, agricoltori, imprese dolciarie e istituzioni per ricostruire una filiera capace di affrontare il clima che cambia.
Infine, il dato del –60 % non è fine a sé stesso: è un segnale che la coltivazione della nocciola — un tempo simbolo di equilibrio fra agricoltura tradizionale e impresa innovativa — fatica a reggere sotto il peso degli shock climatici e del mutamento dell’agricoltura contemporanea. La sfida è invertire la rotta — con ingegno, coordinazione, resilienza — prima che il danno diventi irreversibile.

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