Produzione industriale in calo del 2,4%: l’Italia torna ai livelli del 2020 tra frenata della domanda e incertezza economica
- piscitellidaniel
- 10 ott
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La produzione industriale italiana registra un nuovo arretramento. Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Istat, ad agosto l’indice complessivo è diminuito del 2,4% su base annua, riportando i volumi produttivi ai livelli del 2020, in piena fase di rallentamento post-pandemico. Il dato, corretto per gli effetti di calendario, evidenzia una flessione più marcata rispetto alle attese degli analisti e conferma le difficoltà del settore manifatturiero in un contesto di debolezza della domanda interna, costi elevati e incertezza sui mercati internazionali.
Rispetto al mese precedente, la produzione industriale ha segnato una lieve variazione negativa dello 0,2%, consolidando una tendenza che dura ormai da diversi mesi. I segnali di recupero registrati nella prima parte dell’anno si sono progressivamente attenuati, penalizzati dal rallentamento della spesa delle famiglie e dalla contrazione degli ordini provenienti dall’estero. In particolare, il settore dei beni intermedi e dell’energia mostra le maggiori difficoltà, mentre i comparti legati ai beni di consumo e alla meccanica resistono grazie alle esportazioni e agli investimenti in automazione.
La contrazione più forte si osserva nella produzione di energia (-5,8%), colpita dal calo della domanda e dal ridimensionamento della generazione termoelettrica. Anche la metallurgia, la chimica e i settori collegati alla lavorazione dei materiali mostrano un arretramento significativo, risentendo della frenata dell’industria europea e del calo dei prezzi delle materie prime. Più contenuto, ma comunque negativo, l’andamento dell’industria alimentare e del tessile, comparti che soffrono la riduzione dei consumi interni e la perdita di competitività sui mercati esteri, dove l’inflazione e l’aumento dei costi logistici continuano a pesare.
Tra i pochi segnali positivi si distinguono la produzione di macchinari e apparecchiature (+1,3%) e il comparto dell’automotive, che dopo anni di flessione mostra un moderato rimbalzo grazie alla stabilizzazione delle forniture di semiconduttori e all’aumento delle esportazioni verso i Paesi extra Ue. In crescita anche il settore farmaceutico, che conferma il suo ruolo anticiclico e continua a trainare parte della manifattura nazionale, sostenuto dagli investimenti in ricerca e innovazione. Tuttavia, questi risultati non compensano il calo diffuso negli altri comparti, portando l’indice generale su valori inferiori a quelli registrati nel periodo pre-pandemia.
Il rallentamento produttivo è in larga parte conseguenza del quadro economico europeo. L’intera area euro sta attraversando una fase di stagnazione industriale, con la Germania, principale partner commerciale dell’Italia, che registra una contrazione superiore al 3% e una forte riduzione degli ordini nel comparto meccanico e automobilistico. La debolezza del ciclo tedesco ha inevitabilmente effetti a catena sulle imprese italiane, soprattutto quelle integrate nelle catene di fornitura transnazionali. L’export, che finora aveva sostenuto la produzione, mostra segnali di affaticamento, mentre il mercato interno risente della perdita di potere d’acquisto delle famiglie e dell’aumento dei tassi di interesse.
Sul fronte dei beni di investimento, la produzione è rimasta sostanzialmente stabile, ma i nuovi ordini industriali sono in calo del 4% rispetto all’anno scorso. L’aumento del costo del credito, conseguenza della politica monetaria restrittiva della BCE, ha frenato i piani di espansione e di ammodernamento delle imprese, che ora preferiscono attendere una maggiore stabilità dei mercati prima di avviare nuovi investimenti. Le piccole e medie imprese, in particolare, faticano ad assorbire i maggiori costi finanziari e a sostenere la spesa per innovazione, pur riconoscendo la necessità di aggiornare impianti e processi per restare competitive.
La debolezza della produzione industriale si riflette anche sull’occupazione manifatturiera, che mostra un rallentamento delle assunzioni e un aumento del ricorso agli ammortizzatori sociali. Molte aziende hanno ridotto i turni produttivi o sospeso temporaneamente l’attività per far fronte al calo della domanda. Il settore più colpito è quello dei beni intermedi, dove la riduzione degli ordini è più pronunciata e l’incertezza sui prezzi delle materie prime rende difficile pianificare la produzione.
Nonostante il quadro complessivo negativo, alcuni indicatori segnalano una possibile stabilizzazione nei prossimi mesi. L’inflazione, pur rimanendo sopra il 2%, è in rallentamento, e il calo dei prezzi energetici potrebbe alleggerire i costi di produzione. Inoltre, la progressiva attuazione dei progetti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) potrebbe sostenere la domanda di beni industriali e infrastrutture, soprattutto nei settori della transizione ecologica e digitale. Tuttavia, gli effetti di queste misure saranno visibili solo nel medio periodo e dipenderanno dalla capacità del sistema produttivo di intercettare le opportunità offerte dagli investimenti pubblici.
Sul piano territoriale, il calo produttivo è generalizzato ma con differenze regionali significative. Le regioni del Nord-Ovest, trainate da Lombardia e Piemonte, registrano una contrazione più contenuta grazie alla presenza di filiere ad alto valore tecnologico e a una maggiore diversificazione settoriale. Nel Nord-Est, invece, il rallentamento colpisce duramente il distretto della meccanica e dell’arredo, dove l’export verso la Germania e i Paesi dell’Est Europa ha subito un calo marcato. Il Centro-Sud risente invece della debolezza dei consumi interni e del ritardo infrastrutturale, con un arretramento più pronunciato nei settori tradizionali come tessile, agroalimentare e costruzioni.
Gli economisti segnalano che la produzione industriale italiana, pur in calo, resta comunque più resiliente rispetto alla media europea. La struttura del tessuto produttivo, composta da imprese flessibili e capaci di adattarsi ai cicli economici, consente una risposta più rapida ai cambiamenti del mercato. Tuttavia, la mancanza di una politica industriale coordinata e l’assenza di misure mirate per favorire l’innovazione e la digitalizzazione rischiano di frenare la ripresa nel medio periodo.
Il governo sta valutando interventi per sostenere i settori più colpiti, con incentivi alla produzione verde, al rinnovo degli impianti e alla formazione di nuove competenze tecniche. Ma la vera sfida resta quella di ricostruire un ciclo di crescita industriale stabile, basato su produttività, innovazione e sostenibilità. Dopo il rimbalzo del biennio 2021-2022, l’Italia si trova ora di fronte a una nuova fase di rallentamento che mette alla prova la capacità del Paese di mantenere competitività e occupazione nel contesto di una trasformazione strutturale dell’economia europea.

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