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Primo via libera dell’Eurocamera alla direttiva sulla due diligence: più flessibilità per le imprese e nuovi obblighi di sostenibilità lungo la catena del valore

Il Parlamento europeo ha approvato in prima lettura la nuova direttiva sulla due diligence delle imprese in materia di sostenibilità, con una maggioranza che segna un passo decisivo verso l’adozione di un quadro normativo vincolante sulla responsabilità sociale e ambientale delle aziende. Il testo, frutto di mesi di negoziati tra istituzioni comunitarie e Stati membri, introduce un sistema di obblighi di verifica e controllo lungo l’intera catena del valore, ma con margini di flessibilità più ampi rispetto alle prime versioni, in risposta alle richieste delle imprese e di alcuni governi europei.


L’obiettivo principale della direttiva è quello di garantire che le grandi imprese, europee e non, operanti nel mercato unico, adottino politiche concrete per prevenire violazioni dei diritti umani, abusi sul lavoro, sfruttamento minorile e danni ambientali nelle proprie attività e in quelle dei fornitori. Tuttavia, la versione approvata oggi a Strasburgo introduce criteri più graduati e realistici, pensati per adattare gli obblighi alle dimensioni e alle capacità organizzative delle imprese, evitando un eccessivo onere burocratico.


La direttiva, denominata Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD), si applicherà alle società con almeno 1.000 dipendenti e un fatturato superiore a 450 milioni di euro, una soglia più alta rispetto ai 500 dipendenti e ai 150 milioni previsti inizialmente. Questa revisione, frutto di un compromesso politico, riduce significativamente il numero di imprese direttamente coinvolte, ma mantiene inalterato l’obiettivo di rendere più trasparenti e responsabili le catene globali di approvvigionamento. Anche le aziende extraeuropee che operano nell’UE dovranno rispettare le stesse regole, a condizione che raggiungano un volume d’affari analogo nel mercato europeo.


Secondo la nuova impostazione, le imprese saranno tenute a mappare i propri fornitori e subappaltatori, identificando le aree di rischio legate a diritti umani, condizioni di lavoro, impatti ambientali e corruzione. Dovranno inoltre adottare piani di prevenzione e monitoraggio, garantendo la tracciabilità delle materie prime e la trasparenza dei processi produttivi. Tuttavia, l’obbligo di rendicontazione sarà modulato in base alla complessità della catena del valore e alla dimensione dell’impresa, con procedure semplificate per le realtà di medie dimensioni.


Il testo approvato introduce anche la figura di un responsabile della due diligence all’interno delle imprese, incaricato di coordinare le politiche di conformità e di redigere una relazione annuale da trasmettere alle autorità competenti. Ogni Stato membro dovrà designare un organismo di vigilanza nazionale per verificare l’applicazione delle norme, con poteri di ispezione e sanzione. Le violazioni potranno comportare ammende fino al 5% del fatturato annuo dell’impresa e, nei casi più gravi, l’esclusione da appalti pubblici e finanziamenti europei.


Un elemento chiave della direttiva è la connessione tra la due diligence e gli obiettivi climatici europei. Le aziende saranno tenute a elaborare piani di transizione per la riduzione delle emissioni e la sostenibilità energetica, in linea con il Green Deal e con la direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità (CSRD). Tuttavia, la versione approvata dall’Eurocamera prevede che tali piani non siano vincolati da obiettivi quantitativi immediati, ma da percorsi graduali di adattamento. Questo aspetto è stato fortemente voluto da alcuni Stati membri, come Germania e Italia, che hanno chiesto di evitare un impatto negativo sulla competitività industriale.


Il compromesso raggiunto a Strasburgo è stato salutato come un punto di equilibrio tra rigore e pragmatismo. Le forze progressiste e ambientaliste avrebbero preferito una normativa più estesa, capace di coinvolgere anche le medie imprese e di introdurre criteri più severi in materia di responsabilità civile. Al contrario, le principali organizzazioni imprenditoriali, come BusinessEurope e Confindustria, hanno accolto con favore la maggiore flessibilità, pur riconoscendo l’importanza del principio di trasparenza e sostenibilità.


Durante il dibattito in plenaria, i relatori hanno sottolineato che la direttiva non deve essere interpretata come una penalizzazione per le imprese, ma come uno strumento per rafforzare la competitività europea in un contesto economico globale che premia sempre più la responsabilità e la tracciabilità. L’Unione Europea, infatti, mira a posizionarsi come leader mondiale negli standard ESG (Environmental, Social and Governance), promuovendo un modello economico basato su etica, innovazione e sostenibilità.


Un altro punto centrale riguarda la responsabilità delle società madri nei confronti delle filiali e dei fornitori. La direttiva impone che le capogruppo garantiscano la conformità anche nelle società controllate, a livello europeo e internazionale. Ciò significa che le multinazionali dovranno estendere i propri controlli anche alle catene di subfornitura in Paesi extraeuropei, dove spesso si verificano le violazioni più gravi dei diritti del lavoro e delle norme ambientali. Questa disposizione ha suscitato il dibattito tra i giuristi e le associazioni di categoria, poiché potrebbe comportare una revisione profonda dei contratti commerciali e delle modalità di audit.


Per garantire l’effettiva attuazione della direttiva, è previsto un periodo transitorio di due anni dall’entrata in vigore, durante il quale le imprese potranno adeguarsi ai nuovi requisiti. I governi nazionali avranno il compito di recepire la norma nel diritto interno, stabilendo modalità operative e strumenti di controllo. La Commissione europea istituirà un portale unico digitale per la raccolta delle informazioni e la condivisione delle buone pratiche, favorendo la cooperazione tra Stati membri e autorità di vigilanza.


La direttiva sulla due diligence si inserisce in un più ampio disegno di riforma dell’economia europea, che punta a coniugare sostenibilità e competitività. Dopo l’approvazione del regolamento sulla rendicontazione non finanziaria e della tassonomia verde, il nuovo strumento normativo rappresenta il tassello mancante per garantire la coerenza tra obiettivi ambientali, sociali e di governance. L’intento è quello di evitare che le aziende che rispettano le regole europee si trovino svantaggiate rispetto a quelle che operano in contesti meno rigorosi, rafforzando così il principio del level playing field nel mercato globale.


Il voto dell’Eurocamera costituisce quindi un passo avanti decisivo verso una nuova generazione di politiche industriali europee fondate sulla trasparenza e sulla responsabilità. Ora la palla passa al Consiglio dell’Unione, dove gli Stati membri dovranno confermare il compromesso politico raggiunto e definire i dettagli attuativi della normativa. Il risultato finale sarà determinante per il futuro della sostenibilità d’impresa in Europa e per la credibilità dell’Unione come guida mondiale nella transizione verso un’economia etica, resiliente e rispettosa dei diritti fondamentali.

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