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Pensionati italiani all’estero: il 22% riceve la pensione fuori dai confini nazionali, ma la nuova tendenza è il rallentamento delle migrazioni

Nel 2024, secondo i dati più recenti diffusi dall’INPS e ripresi da uno studio del Sole 24 Ore, oltre 300.000 pensionati italiani risiedono stabilmente all’estero, rappresentando il 22% del totale delle pensioni erogate a cittadini italiani. È un dato che fotografa una realtà ormai consolidata, quella di un’Italia che continua a “vivere” e ricevere redditi previdenziali anche oltre i propri confini. Il fenomeno, però, mostra segnali di rallentamento. Dopo anni di crescita costante, le nuove partenze di pensionati verso l’estero si sono ridotte sensibilmente, frenate da una combinazione di fattori fiscali, sanitari, sociali e geopolitici.


La geografia della pensione italiana nel mondo resta comunque ampia: le destinazioni principali sono ancora il Sud America (Argentina, Brasile e Uruguay), l’Europa (Spagna, Portogallo, Francia, Germania e Regno Unito), il Nord America (Stati Uniti e Canada) e l’Oceania (Australia e Nuova Zelanda). Tuttavia, i nuovi flussi si stanno contraendo e si evidenzia una maggiore prudenza nella decisione di trasferirsi all’estero dopo la pensione, sia per motivi economici sia per la crescente instabilità normativa in alcuni paesi che fino a poco tempo fa erano considerati paradisi previdenziali.


Nel 2023, l’INPS ha effettuato bonifici per oltre 1,5 miliardi di euro destinati a pensionati residenti oltreconfine. Il numero assoluto dei beneficiari non è calato, ma l’incremento si è pressoché azzerato rispetto agli anni precedenti, quando si registravano aumenti annui anche del 5-6%. L’istituto previdenziale italiano ha segnalato che la percentuale di richieste di variazione di residenza per l’estero è in calo costante da almeno tre anni. In particolare, a frenare sono soprattutto i pensionati con trattamenti medio-bassi, che in passato vedevano nella delocalizzazione una strategia per aumentare il proprio potere d’acquisto.


Uno dei fattori chiave che ha inciso su questa tendenza è il mutato contesto fiscale in alcune destinazioni molto apprezzate dai pensionati italiani. È il caso del Portogallo, che fino al 2020 garantiva l’esenzione dalle imposte sui redditi di pensione per i residenti stranieri non domiciliati. Quella norma è stata poi modificata, introducendo una tassazione agevolata al 10%, che ha ridotto significativamente l’attrattiva del paese. Anche la Spagna, che negli ultimi dieci anni aveva beneficiato dell’arrivo di migliaia di pensionati italiani, ha introdotto revisioni fiscali più restrittive.


Non solo aspetti tributari. Il rallentamento delle migrazioni dei pensionati si spiega anche con ragioni legate alla pandemia da Covid-19 e alle sue conseguenze. L’insicurezza sanitaria, le difficoltà logistiche negli spostamenti, la paura di trovarsi lontani da familiari e strutture sanitarie conosciute hanno portato molti a rinviare o annullare l’idea di un trasferimento. Gli effetti della pandemia hanno avuto un impatto anche psicologico sulla fascia più anziana della popolazione, alimentando un senso di precarietà che ha cambiato le priorità.


A questi elementi si aggiungono le tensioni geopolitiche, i rincari energetici e l’inflazione, che hanno aumentato l’incertezza e ridotto l’appetibilità economica di molte aree tradizionalmente preferite dai pensionati italiani. In alcuni casi, come l’Argentina, l’instabilità valutaria e politica ha reso difficile anche il semplice accesso alla pensione, con rallentamenti nei pagamenti e necessità di riconversioni monetarie sfavorevoli.


Resta comunque una fascia di pensionati italiani residenti all’estero per motivi storici o familiari. In particolare, in Sud America si trovano ancora numerosi discendenti di emigrati italiani che, pur avendo maturato la pensione in Italia dopo anni di lavoro, hanno scelto di tornare nei paesi d’origine o in quelli dove vivono i loro figli e nipoti. In questi casi, la migrazione non è tanto una scelta di convenienza fiscale, quanto una dinamica culturale e familiare.


Secondo le statistiche INPS, tra le destinazioni con il maggior numero di pensioni erogate figurano l’Argentina (oltre 60.000 trattamenti), la Germania (circa 50.000), la Svizzera (oltre 40.000), il Brasile (30.000) e il Canada (oltre 25.000). In Europa, accanto ai paesi storici di emigrazione come Belgio e Francia, stanno emergendo anche l’Albania e la Romania, dove il basso costo della vita e la vicinanza geografica rappresentano due fattori attrattivi, soprattutto per i pensionati italiani originari del Sud Italia o delle aree adriatiche.


Sul piano normativo, l’INPS ha rafforzato i controlli sull’effettiva residenza dei pensionati all’estero, anche attraverso accordi con i paesi ospitanti e con l’OCSE, per prevenire le frodi e garantire l’integrità delle prestazioni. L’istituto ha introdotto procedure telematiche per l’accertamento dell’esistenza in vita, evitando viaggi inutili ai pensionati e migliorando l’efficienza amministrativa. Tuttavia, non sono mancate segnalazioni di disagi, ritardi e difficoltà tecniche, soprattutto nei paesi extra-UE.


Il profilo dei pensionati che scelgono di andare all’estero oggi è più variegato rispetto al passato: non solo operai o ex emigranti, ma anche ex liberi professionisti, dirigenti, impiegati pubblici e privati con trattamenti medio-alti. A muoverli sono, in molti casi, valutazioni complesse che riguardano il clima, la qualità dei servizi, il sistema sanitario, la sicurezza, la lingua, ma anche la facilità di integrazione e il costo complessivo della vita.

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