Nel settore idrico Italia +40 miliardi tra 2018 e 2029: un’opportunità che misura la resilienza delle reti d’acqua
- piscitellidaniel
- 26 set
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Tra il 2018 e il 2029 il settore idrico italiano è chiamato a uno sforzo straordinario: sono stimati circa 40 miliardi di euro di investimenti, che dovranno mettere mano non solo alle infrastrutture esistenti, ma anche alle emergenze climatiche, alla digitalizzazione e alla sostenibilità del servizio idrico integrato. Il dato emerge da uno studio condotto da Agici Oswi, che monitora quasi 115 gestioni che coprono 83 % della popolazione nazionale, e delinea uno scenario articolato, con un picco atteso proprio nel biennio 2024-2025, spinto anche dalle risorse del PNRR e da una crescente consapevolezza ambientale.
In questi anni, tra fondi già spesi e quelli programmati, la cifra si compone di circa 13,6 miliardi investiti tra il 2018 e il 2023 e quasi 26 miliardi previsti da qui al 2029. Il biennio 2024-2025 da solo potrebbe rappresentare il massimo dello sforzo, con oltre 5 miliardi di investimenti concentrati nei progetti idrici, grazie alle misure nazionali e ai finanziamenti europei.
Dietro queste cifre non c’è solo una crescita quantitativa, ma una trasformazione qualitativa. Una parte significativa degli investimenti è destinata a contrastare fenomeni come la siccità, l’aumento del rischio alluvionale e la scarsità idrica crescente in molte zone d’Italia. Le reti di distribuzione mostrano debolezze critiche: si stimano perdite dell’acqua immessa fino al 42 %, un valore che in altri Paesi europei (Francia, Germania) si situa tra il 10 e il 20 %. Per recuperare efficienza, molte risorse saranno indirizzate all’ammodernamento delle reti, alla sostituzione delle tubature obsolete e all’implementazione di sistemi di monitoraggio intelligenti.
Ma non basta ridurre perdite: serve innovare. Circa il 16 % degli investimenti attuali dei gestori è destinato a tecnologie per l’innovazione e la circolarità, con l’obiettivo di arrivare al 19 % entro il 2029, tre volte superiore rispetto alla media UE. Questo significa digital twin delle reti, sensoristica avanzata, automazione, telecontrollo, sistemi di previsione della domanda e gestione intelligente delle risorse idriche.
Il ritorno atteso su questo impegno è valutato anch’esso in cifre rilevanti: lo studio Agici stima benefici netti di circa 3,1 miliardi di euro fino al 2050. In sostanza, miglioramenti in efficienza operativa, risparmi su perdite e costi energetici e guadagni ambientali rendono sostenibile lo sforzo, a condizione che gli investimenti siano mirati e che la governance del settore sia efficace.
Tuttavia, non mancano minacce: dopo il 2026 si rischia una contrazione degli investimenti se non si garantisce una continuità del supporto pubblico e un meccanismo di remunerazione che attragga capitale privato. Il settore è già sottoposto a forte pressione finanziaria: molte aziende del servizio idrico operano con margini ridotti, debiti elevati e limitazioni normative sulla tariffazione. L’impulso del PNRR ha dato una spinta, ma la sfida sarà mantenere la traiettoria anche quando le risorse straordinarie diminuiranno.
C’è poi una disuniformità territoriale significativa: Nord e Sud dell’Italia vivono condizioni molto diverse. In alcune regioni del Sud le reti sono più obsolete, le infrastrutture meno finanziate e le perdite maggiori. Ciò significa che le risorse dovranno essere allocate in modo differenziato: non solo quantità, ma equità territoriale. Se non si colmano i divari, il rischio è che il servizio rimanga disuguale, con aree che non godranno di piena resilienza o qualità.
Da molti anni si sottolinea che per rinnovare l’intero sistema idrico italiano occorrerebbero più di due secoli al ritmo attuale. Non è un’immagine retorica: indica quanto lontano sia lo stato delle infrastrutture rispetto alle esigenze contemporanee. Il raddoppio degli investimenti rispetto al passato è già stato registrato: dal 2012 ad oggi si parla di un aumento del 99 %, grazie al processo di regolamentazione da parte di ARERA e una crescente attenzione politica, ma quel trend deve essere accelerato ulteriormente.
In termini pro capite, le previsioni per il 2025 indicano circa 80 euro per abitante all’anno destinati agli investimenti idrici, un valore che si avvicina alla media europea e che rappresenta un punto di equilibrio ambizioso per l’Italia. Questo sforzo per sistema – pubblico, privato, infrastrutturale e tecnologico – dovrà sostenere la manutenzione corrente ma anche trasformare il servizio in rete resiliente, smart e sostenibile.
Questo scenario disegna un settore che non si limita a ricevere fondi, ma deve provarsi nelle sue capacità gestionali, nell’attrazione del capitale privato e nella riforma della governance. Le imprese idriche, solo alcune decine di operatori su scala nazionale, dovranno giocare al meglio ogni partita: accesso al credito green, partenariati pubblico-privati, emissione di green bond e strategie integrate con politiche climatiche e territoriali.
La posta in gioco è alta: dalla qualità dell’acqua alla continuità del servizio, dalla capacità di resistere alla variabilità climatica alla carbon footprint, fino alla coesione territoriale. Se gli investimenti verranno realizzati con efficacia e sostenibilità, l’Italia potrà trasformare un vulnus infrastrutturale in opportunità di crescita, resilienza e equità. Ma la strada è stretta: serve visione, metodo e equilibrio tra risorse straordinarie e gestione ordinaria.

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