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Montezemolo, Ferrari e “Luca: Seeing Red”: il rilancio narrativo di un’icona del Cavallino

Un docufilm, un titolo che è un gioco di parole (“Seeing Red”, ovvero “Vedere rosso”), e la figura di un uomo che incarna un’epoca: “Luca: Seeing Red” restituisce al pubblico un racconto denso, a tratti critico, della vita di Luca Cordero di Montezemolo, con al centro il mito Ferrari e una riflessione sul presente della scuderia. L’anteprima mondiale del film, presentata a Milano durante il Festival del documentario “Visioni dal Mondo”, segna un momento simbolico: l’uso della narrazione cinematografica per rilanciare il mito di una figura storica, per rivendicare un’eredità e, al tempo stesso, per interrogarsi sul futuro del Cavallino.


Il documentario ha il merito di non indulgere unicamente nella celebrazione, ma di inserire nel racconto momenti di tensione, dubbi, contraddizioni, episodi meno noti e perfino sfoghi. È un racconto che si snoda fra grande sport, affari industriali, scelte manageriali, passioni personali e relazioni internazionali. Montezemolo riappare non soltanto come pubblica figura del motorsport e dell’industria, ma come essere umano con ferite e speranze, proiettato nel tempo che cambia.


Già nel titolo emerge il doppio senso: il “rosso” è ovviamente quello Ferrari, simbolo del Cavallino Rampante, ma è anche l’emozione, l’intensità, la furia, l’ardore (vedere rosso come reazione, come passione). Il film utilizza il contrasto fra passato e presente per suggerire che non si tratta solo di raccontare, ma di tornare a interrogarsi: qual è oggi l’anima di Ferrari? Cosa è rimasto di quella visione che permise alla scuderia di dominare negli anni d’oro?


Il racconto inizia nei primi anni Settanta, quando un giovane Montezemolo viene chiamato da Enzo Ferrari come suo assistente, a soli 28 anni. È un’entrata nei labirinti del Cavallino che carica di aspettative: la responsabilità, il rischio, l’entusiasmo. È da lì che si sviluppa la tensione fra le esigenze sportive e le sfide industriali. Il documentario alterna immagini d’epoca e ricordi personali: la vittoria mondiale del 1975 con Niki Lauda, i momenti di crisi, gli incidenti, le transizioni negli assetti dirigenziali, fino al ritorno come presidente negli anni Novanta.


Uno dei fili più suggestivi del film è il rapporto con i protagonisti della leggenda Ferrari: da Lauda a Michael Schumacher, da Jean Todt a Ross Brawn. Montezemolo emerge come figura di mediazione, capace di leggere i tempi, di selezionare uomini, di orchestrare scelte strategiche. La rinascita di Maranello, sotto la sua leadership, è mostrata come resultato di visione, pazienza, responsabilità e coraggio. Eppure nel film non manca la parte oscura: gli errori, le tensioni interne, i momenti in cui il progetto vacilla.


Il docufilm approfitta dell’occasione per avanzare critiche — pacate, ma taglienti — rivolte a Ferrari nel presente. Montezemolo non si risparmia nel giudizio: pone l’accento sull’assenza di una leadership netta, sulla mancanza di un’anima che sappia dare continuità, denuncia il ricorso frequente ai cambiamenti al vertice tecnico. In un passaggio molto sentito afferma che in certi momenti la squadra sembra incapace di puntare con decisione al mondiale. Afferma, con tono vivace, che se fosse stato presidente nella circostanza di una doppia squalifica in un singolo Gran Premio — evento che già è accaduto — avrebbe reagito in modo impulsivo, forse distruggendo qualcosa di simbolico a Maranello.


Un episodio che ha suscitato particolare scalpore è il riferimento a Ayrton Senna: nel film Montezemolo lascia intendere che, pochi giorni prima del tragico incidente, era in corso un accordo affinché Senna lasciasse la Williams per approdare in Ferrari. Questa reminiscenza amplifica il sottile confine fra mito e realtà, fra speranza e rimpianto. Il racconto non si limita all’orbita automobilistica: spazia nella vela, con l’avventura di Azzurra in Coppa America, e nell’ambito degli eventi culturali, con il concerto dei Tre Tenori in Italia ’90, che avrebbe visto un curioso legame con la F40 e la figura di Pavarotti.


La forma narrativa del documentario è studiata con cura: la regia è firmata da Christopher M. Armstrong e Manish Pandey, la voce narrante è quella di Chris Harris, celebre per la sua esperienza televisiva motoristica. Il racconto non è semplicemente cronologico: i registi indugiano sul clima delle scene, sui luoghi cari a Montezemolo — la sua casa, la campagna, le strade italiane percorse in Ferrari — e alternano dialoghi informali con riflessioni profonde. Spesso Harris passa da narratore esterno a interlocutore confidenziale, dialogando con Montezemolo in spazi privati, camminando con lui in strade antiche, ripercorrendo tappe commemorative.


Un fronte di contraddizione che emerge con forza è il rapporto con la Ferrari contemporanea e con la sua cultura: nei toni del film riecheggia la delusione per il fatto che non vi sia uno spazio riconosciuto nella memoria ufficiale di Maranello per l’operato di Montezemolo, nonostante i diciannove titoli vinti durante la sua gestione. Si percepisce il desiderio di un riconoscimento — non mero tributo, ma collocazione storica — e di un invito a Ferrari a riconoscere che la continuità non è solo nei trofei, ma nelle scelte di visione.


Il docufilm, con i suoi 108 minuti, ha dunque una struttura che dialoga con il mito ma non lo edulcora: è una ricostruzione di tappe, ma anche una riflessione sul tempo che avanza, sulla responsabilità dei protagonisti, sulla tensione fra memoria e innovazione. Montezemolo appare come custode di una visione che va difesa, ma anche scosso: non si limita a rimpiangere il passato, ma interpella il presente della Ferrari con tono appassionato e persino provocatorio.


In parallelo all’attesa cinematografica, “Luca: Seeing Red” diviene strumento di rilancio simbolico: non solo del personaggio Montezemolo, ma del marchio Ferrari nella sua dimensione culturale, mediale e simbolica. Si tratta di un’opera che vuole parlare agli appassionati, ma anche a chi oggi guarda alla Ferrari con occhi critici: la sfida è riportare attenzione non soltanto alle vetture, ma alle storie, alle visioni, al patrimonio intellettuale e al progetto di identità che accompagna il mito di Maranello.


Il film non pretende di offrire risposte definitive, ma di suggerire domande: che cosa significa guidare un marchio leggendario in tempi di rivoluzione tecnologica? Quale leadership serve oggi? Cosa resta del patto fra Ferrari e i suoi cultori? Montezemolo, attraverso la sua testimonianza, consegna al pubblico un invito a guardare al rosso non come colore assoluto, ma come simbolo vivido: colore di sfide, di passione, di contraddizione — e forse di rinascita.

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