La politica di coesione come arma strategica contro il cambiamento climatico: un orizzonte tra territori, investimenti e solidarietà
- piscitellidaniel
- 30 set
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La sostanza della sfida climatica non si gioca solo nei grandi vertici internazionali o nei piani decennali, ma dentro i territori e nel rapporto tra centro e periferia, tra aree fragili e aree consolidate. In questo contesto la politica di coesione europea emerge come un alleato strategico: non un intervento marginale, bensì un meccanismo strutturale che fa da ponte tra le esigenze di mitigazione e adattamento e le realtà locali che subiscono maggiormente gli effetti del riscaldamento globale.
La politica di coesione nasce con una missione esplicita: ridurre i divari territoriali aiutando le regioni meno sviluppate a potenziare infrastrutture, innovazione, capitale umano e capacità produttiva. Ma oggi questa missione si intreccia inevitabilmente con la lotta climatica: perché i territori più vulnerabili sono spesso quelli che scontano maggiormente siccità, eventi estremi, crisi idriche, erosione costiera o dissesto idrogeologico. Investire nelle loro infrastrutture vuol dire, in pratica, rafforzare la resilienza climatica dell’intero sistema nazionale.
In questo senso la politica di coesione può muoversi su vari fronti. Il primo è quello delle reti verdi, della naturalizzazione urbana, della riforestazione, degli assi infrastrutturali a basso impatto. Nel Sud, nelle aree interne, nei piccoli centri montani e nelle zone costiere, gli interventi di “capacità ecologica” — dighe verdi, sistemi di drenaggio sostenibile, connessioni ecologiche — possono essere attivati grazie ai fondi strutturali. Il secondo fronte riguarda la mobilità sostenibile: la riconversione del trasporto pubblico locale, l’elettrificazione delle tratte minori, le ciclabili regionali diventano opere non solo di connettività, ma di mitigazione atmosferica. Il terzo fronte è rappresentato dalla transizione energetica: in queste zone l’efficientamento energetico degli edifici pubblici, l’isolamento delle scuole, degli ospedali, delle infrastrutture pubbliche e la diffusione di impianti rinnovabili autoforniti possono essere sostenuti con risorse di coesione, trasformando spazi deboli in laboratori pilota.
Ma l’asse coesione-clima non è asimmetrico: non è solo il Sud o le zone marginali che beneficiano, ma anche le regioni più sviluppate, under pression per la decarbonizzazione, per la modernizzazione delle reti digitali e per la mobilità urbana sostenibile. In questo senso, la coesione si pone come politica abilitante: chi ha risorse, può sperimentare infrastrutture verdi, smart grid, reti di accumulo, sistemi di raffinazione rinnovabile; le regioni in difficoltà possono essere accompagnate verso quella soglia minima che rende possibile partecipare a queste sperimentazioni climatiche.
Un elemento cruciale è l’efficacia della governance. La politica di coesione non è solo stanziamento di risorse, ma modalità di governo, capacità progettuale locale, competenze di attuazione, relazioni tra enti locali e nazionali. Se i territori non sono preparati per gestire progetti “verdi”, il rischio è che i fondi diventino spese simboliche o, peggio, mal gestite. Serve anche un rafforzamento dei “capitali locali”: università, centri di ricerca, partenariati pubblico-privati, soggetti non profit, associazioni ambientaliste. Il vero colonizzatore del futuro sarà chi sa progettare con il clima al centro, non chi semplicemente finanzia opere “verdi”.
Un altro nodo riguarda le condizioni di accesso ai fondi. Molti territori restano esclusi o si fermano alle procedure burocratiche molto complesse per progetti innovativi, per coperture richieste o per capacità di cofinanziamento. Se la politica di coesione vuole diventare alleato del clima, deve prevedere modalità proporzionate, assistenza tecnica, “sportelli verdi” regionali che affianchino i Comuni nel progettare ecosistemi climatici.
Non va trascurata la dimensione sociale di questa alleanza. Le politiche di coesione, se orientate al clima, non devono solo mitigare fenomeni naturali, ma produrre coesione sociale: creazione di posti di lavoro “verdi”, formazione per l’economia circolare, rigenerazione urbana che non spinga marginalizzazione, ma valorizzi i quartieri, riconnetta periferie e ridia dignità a spazi degradati. In questo senso la coesione climatica può diventare una leva per la giustizia sociale in un momento in cui le disuguaglianze rischiano di acuirsi sotto la pressione del cambiamento ambientale.
La politica nazionale e regionale ha un ruolo centrale di indirizzo: le linee guida climatiche devono diventare criteri vincolanti per l’allocazione delle risorse di coesione. Non più “coerenza ambientale” come dicitura generica, ma requisiti climatici misurabili. Le Commissioni regionali, gli assessorati competenti, le autorità di gestione dei fondi devono orientare i bandi verso la decarbonizzazione, il circolare, la resilienza. Solo così la politica di coesione – da strumento meramente redistributivo – diventa leva strategica della transizione.
Infine, bisogna guardare al livello europeo. Le nuove tornate di finanziamento, i bilanci europei, i piani complementari “clima e transizione verde” offrono ulteriori potenzialità: se la politica di coesione saprà agganciarsi a Next Generation EU e strumenti climate related, potrà amplificare gli effetti territoriali. Ma ciò richiede visione sinergica tra Bruxelles, Stati membri e amministrazioni locali.
In questo intreccio, la politica di coesione può diventare davvero un’alleata strategica della lotta climatica: è il meccanismo che può trasformare le intenzioni – ridurre emissioni, adattarsi, proteggere territori fragili – in azione concreta sui suoli, nelle città, nelle infrastrutture quotidiane, nei modelli produttivi. È la politica che può far sì che l’obiettivo globale del clima scenda e agisca nei territori, congiungendo giustizia, crescita e sostenibilità.

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