La Molisana risponde ai dazi al 107 % di Trump: produzioni Usa, contenziosi e la strategia del Made in Italy sotto pressione
- piscitellidaniel
- 6 ott
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Il settore della pasta italiana è entrato in una delle sue fasi più delicate. Con l’imposizione annunciata di dazi fino al 107 % sui prodotti importati negli Stati Uniti, molte aziende tricolore si trovano a fronteggiare una scelta obbligata: adattarsi alla nuova frontiera delle barriere commerciali o subire una battuta d’arresto profonda nel mercato più importante per l’export agroalimentare. Tra queste imprese, La Molisana — storica azienda molisana con forte vocazione internazionale — ha dichiarato l’intenzione di aprire uno stabilimento negli USA per aggirare la tariffa proibitiva, affidando al progetto industriale una funzione difensiva, commerciale e simbolica. Accanto a essa, altre imprese come Rummo guardano al contenzioso legale come strumento per resistere alla stretta protezionistica.
Il piano di La Molisana prevede di realizzare una linea produttiva oltreoceano che possa offrire pasta nel mercato americano senza essere gravata dal dazio eccezionale. Secondo l’amministratore delegato, Giuseppe Ferro, “con dazi al 107 % per noi non è possibile lavorare”: la tariffa impatta direttamente sulla convenienza competitiva dell’export. L’azienda sottolinea che gli Stati Uniti costituiscono circa il 10-11 % del fatturato export, una quota significativa che rischia di essere compressa severamente. L’obiettivo è dare continuità alla presenza negli Stati Uniti anche se il costo dell’importazione diventa proibitivo.
L’ipotesi di creare stabilimenti locali negli Stati Uniti assume una valenza non solo commerciale, ma strategica. Produrre negli Usa significa abbattere il dazio, ma richiede investimenti consistenti — acquisizione di siti produttivi, adeguamento normativo, logistica inversa, controllo qualità e supply chain locale. È una mossa che trasforma il rischio tariffario in leva competitiva, ma solo se il mercato a valle giustifica le spese extra. Per un marchio che punta a preservare il proprio posizionamento nel segmento premium dell’arredo culinario, l’operazione può essere considerata come un’assicurazione di lungo termine.
Nel frattempo, l’effetto del dazio alimenta tensioni nel settore. L’imposizione riguarda numerose aziende italiane del comparto, inclusi pastifici storici come Rummo, Barilla e altri produttori di pasta artigianale. Il presidente di Rummo ha fatto sapere che intende ricorrere alla giustizia internazionale per contestare la misura, sostenendo che l’azione risulti retroattiva e penalizzi l’azienda per vendite fatte anche nei mesi precedenti all’entrata in vigore delle tariffe. La strategia legale diviene parte integrante della resilienza delle imprese italiane in questa fase di shock commerciale.
Il contesto europeo e diplomatico svolge un ruolo determinante. L’Italia, pur avendo relazioni politiche favorevoli con gli Stati Uniti, non può trattare da sola: le trattative sui dazi spettano all’Unione Europea in quanto blocco commerciale. Pertanto, la partita italiana unisce il livello aziendale e quello istituzionale. Il governo italiano e le associazioni di categoria si stanno muovendo per sollecitare un intervento europeo, chiedendo che l’Unione difenda il settore agroalimentare contro misure che ne mettono a repentaglio la sostenibilità commerciale. In parallelo, si invoca che gli Stati Uniti riconsiderino l’aliquota, anche alla luce dell’effetto sull’offerta, sui prezzi e sulle relazioni diplomatiche.
Le conseguenze sul panorama produttivo italiano sono ampie. In regioni come il Molise — terra d’origine della Molisana — l’export verso gli Stati Uniti ha un peso rilevante, e l’imposizione del dazio rischia di penalizzare l’intera filiera: coltivatori di grano, confezionatori, trasportatori e distribuzione logistica internazionale. Anche se la delocalizzazione della produzione verso gli Stati Uniti attenua l’impatto sull’export, non elimina le tensioni sul territorio nazionale legate all’occupazione, alla fiscalità e al valore riconosciuto alle materie prime italiane.
Da un punto di vista competitivo, non tutte le imprese italiane possono permettersi di investire in stabilimenti a stelle e strisce. Il capitale richiesto, la conoscenza regolatoria locale e la capacità di operare efficacemente negli Usa costituiscono barriere d’ingresso significative. Le aziende più piccole, con margini ridotti o debolezza nella struttura finanziaria, saranno costrette a rivedere i propri modelli o a concentrare gli sforzi su mercati alternativi meno esposti al protezionismo statunitense.
La scelta di La Molisana non è recente nell’economia globale: storie di aziende europee che aprono unità produttive in mercati “protetti” sono state numerose soprattutto nel settore automobilistico e industriale. Ma nel settore alimentare le complessità maggiori emergono nei controlli igienico-sanitari, nella certificazione delle materie prime, nella tracciabilità e nella coerenza del brand. Un consumatore americano che acquista “pasta americana prodotta da un’azienda italiana” potrebbe percepire una divisione di identità, a meno che il marchio non riesca a comunicare coerenza tra origine e produzione locale.
Un’altra variabile rilevante è quella del contenzioso commerciale e delle regole commerciali internazionali. Se il dazio è fondato sull’accusa di dumping — ovvero vendite a prezzi inferiori rispetto al mercato domestico — le aziende hanno la possibilità di opporsi, produrre prove contabili, partecipare alle audizioni e presentare memorie difensive. Il successo di tali azioni legali può ridurre o annullare la misura. Tuttavia, il tempo è un fattore critico: il dazio entra in vigore già dal primo gennaio 2026, e ogni ritardo decisionale o giudiziario comporta un danno operativo significativo.
Sul piano macroeconomico, la mossa di protezionismo americano colpisce settori simbolici del Made in Italy. L’imposizione di dazi elevati rende la competizione fieristica fortemente sbilanciata: esportare diventa sempre più costoso, e il vantaggio competitivo italiano — qualità, tradizione, design — si vede minacciato da barriere artificiali al libero scambio. Se molte aziende reagiranno producendo localmente, il tessuto produttivo italiano rischia di ridimensionarsi, perdendo capacità di internazionalizzazione e legami con i mercati esteri.
Per la pasta italiana, considerata simbolo universale del Made in Italy alimentare, l’impatto è doppio: da un lato si rischia l’erosione delle quote USA, dall’altro la percezione di prestigio legata all’origine italiana può venir messa in discussione se la produzione è localizzata altrove. Le aziende dovranno gestire con cura il brand, le certificazioni DOP o IGP, e mantenere trasparenza sui passaggi produttivi affinché il valore dell’origine non venga eroso nella percezione del consumatore.
La posta in gioco per il settore è altissima: innovazione, flessibilità operativa e resilienza finanziaria diventano parole chiave. Le aziende che riusciranno a combinare una presenza produttiva locale con una forte identità del brand italiano, mantengono un piede nei mercati protetti e un occhio al design, potrebbero sopravvivere alla tempesta tariffaria. Le altre rischiano di veder ridimensionata la dimensione globale del loro business, o di essere spinte a ridefinire i propri orizzonti produttivi e di mercato.
La vicenda di La Molisana è un caso emblematico della tensione fra valore storico del prodotto italiano e le forze variable del commercio globale: produrre ancora in Italia o trasferire parte della produzione negli Stati Uniti? È un bivio industriale che riflette la fragilità di un sistema esposto ai capricci delle politiche commerciali internazionali e la necessità di ripensare le strategie di resilienza e sovranità del Made in Italy alimentare.

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