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L’Europa davanti alla prova della sovranità

22 mag
Tempo di lettura: 2 min

Il richiamo di Draghi impone di superare l’inerzia decisionale dell’Unione e di trasformare la crisi in capacità comune di azione.


Il messaggio di Mario Draghi segna un passaggio politico ed economico rilevante: l’Europa non può più fondare la propria sicurezza, la propria crescita e la propria competitività su dipendenze esterne considerate immutabili. Il nodo centrale è la sovranità economica, intesa non come chiusura protezionistica, ma come capacità di decidere, finanziare e realizzare politiche industriali, energetiche, tecnologiche e difensive coerenti con l’interesse comune. La dipendenza dagli Stati Uniti per la sicurezza e dalla domanda estera per la crescita espone l’Unione a un rischio di eterodirezione incompatibile con un ordinamento che ambisce a essere soggetto politico autonomo.


La diagnosi è severa soprattutto sul piano istituzionale. Il metodo dell’unanimità e la frammentazione delle competenze rallentano la risposta europea proprio nelle materie in cui il tempo è un fattore essenziale. Difesa, energia, infrastrutture digitali, materie prime critiche e industria richiedono decisioni rapide, investimenti coordinati e una capacità finanziaria adeguata. In questa logica, il mercato unico non è soltanto uno spazio regolatorio: è lo strumento attraverso cui aggregare domanda, capitali e capacità produttiva.


Il concetto di federalismo pragmatico individua una possibile via giuridico-politica: consentire a gruppi di Paesi pronti ad avanzare di procedere senza attendere l’adesione unanime di tutti. Si tratta di un modello che valorizza la cooperazione rafforzata e mira a evitare che l’inerzia di alcuni blocchi l’interesse strategico di molti. Anche l’eventuale ricorso a debito comune per sfide autenticamente comuni, come difesa ed energia, rientra in questa impostazione. La crisi, così, diventa il banco di prova della capacità europea di passare da ordinamento di regole a ordinamento di potenza responsabile.

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