Kidda, dalla Sicilia una birra di filiera: il malto nasce dall’orzo coltivato nell’Isola

La Sicilia prova a costruire una nuova filiera agroalimentare partendo da un prodotto che negli ultimi anni ha conquistato spazio anche tra le produzioni artigianali dell'Isola. Si chiama Kidda la nuova birra bionda realizzata con materie prime italiane e con malto ottenuto interamente da orzo coltivato in Sicilia. La prima cotta è stata avviata nello stabilimento del birrificio Bruno Ribadi di Terrasini, nel Palermitano, trasformando in produzione concreta un progetto promosso da Coldiretti, Consorzio Birra Italiana e Filiera Agricola Italiana. L'obiettivo va oltre il lancio di una nuova etichetta: creare una filiera corta capace di collegare cerealicoltori, trasformatori e birrifici, aumentando la quota di valore che rimane sul territorio.
Il progetto punta soprattutto sull'origine delle materie prime. In Sicilia vengono prodotti circa 130 mila quintali di orzo su poco meno di 5 mila ettari, una base agricola che offre margini per sviluppare una specializzazione destinata al settore brassicolo. Kidda utilizza malto ricavato da orzo siciliano, mentre le altre materie prime sono di provenienza italiana. È un passaggio importante perché una parte consistente dei birrifici artigianali continua a dipendere da malti e ingredienti provenienti da altre aree produttive. Rafforzare la coltivazione locale significa quindi accorciare la catena di approvvigionamento, aumentare la tracciabilità e creare nuove opportunità di reddito per le aziende agricole.
La produzione brassicola siciliana dispone già di una rete diffusa. Nel 2025 erano attivi nell'Isola 60 birrifici, nove dei quali agricoli, mentre nel 2024 questi ultimi erano cinque su un totale di 64. La crescita della componente agricola mostra l'interesse per modelli nei quali la produzione della birra viene collegata direttamente alla coltivazione dei cereali. Un prospetto relativo alle imprese coinvolte nel progetto individua inoltre un fabbisogno complessivo di circa mille quintali di malto tra sedici realtà siciliane. Numeri ancora limitati rispetto alle grandi filiere agroindustriali, ma sufficienti a creare una domanda organizzata alla quale l'agricoltura regionale può provare a rispondere.
Più complessa resta la situazione del luppolo, altra materia prima fondamentale della birra. La coltivazione siciliana è ancora marginale: nell'Isola risultano appena due aziende impegnate in questa produzione, per una superficie complessiva di circa 0,11 ettari. La costruzione di una filiera realmente territoriale richiede quindi investimenti, sperimentazione agronomica e varietà capaci di adattarsi alle condizioni climatiche mediterranee. La disponibilità di acqua e l'aumento delle temperature rappresentano variabili decisive, soprattutto dopo annate nelle quali siccità e fenomeni meteorologici estremi hanno colpito duramente la produzione nazionale di orzo destinato alla birra.
Proprio la sostenibilità è uno degli elementi centrali dell'iniziativa. Nell'ambito del progetto FILO, sviluppato con la collaborazione dell'Università di Udine, vengono studiate soluzioni per ridurre i consumi di acqua ed energia durante la maltazione e per ottenere malti con caratteristiche specifiche utilizzando orzi distici nazionali e cereali più resilienti. La ricerca riguarda anche il recupero dei sottoprodotti delle lavorazioni, che possono essere valorizzati per produrre energia termica o materiali destinati alla depurazione delle acque. L'integrazione tra agricoltura, trasformazione e innovazione tecnologica diventa così uno strumento per ridurre l'impronta ambientale della produzione e migliorare contemporaneamente la competitività delle imprese.
Il progetto Kidda si inserisce inoltre in un mercato locale con una base di consumo significativa: circa il 47% dei siciliani consuma birra. La possibilità di associare il prodotto all'origine delle materie prime può rafforzare il legame con il territorio, replicando nel settore brassicolo strategie già consolidate per vino, olio e altre produzioni agroalimentari. A questo si aggiunge il potenziale del birraturismo, con visite ai birrifici, degustazioni, eventi nei campi e iniziative dedicate alla raccolta dell'orzo o alla produzione, trasformando la filiera anche in un'esperienza legata all'identità dei luoghi.
La prima cotta di Terrasini diventa così il banco di prova di un modello che punta a portare più agricoltura siciliana dentro la birra prodotta nell'Isola. La sfida sarà garantire quantità, qualità e continuità delle forniture, creando rapporti economici stabili tra aziende agricole e birrifici. Se la domanda di malto locale riuscirà a consolidarsi, la coltivazione dell'orzo brassicolo potrà offrire una nuova opportunità di diversificazione alle imprese agricole e rafforzare una produzione capace di presentarsi sul mercato non soltanto come artigianale, ma come espressione riconoscibile della filiera siciliana.





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