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Intelligenza artificiale, raddoppiano le imprese italiane che la utilizzano: la sfida ora è trasformarla in produttività

17 set
Tempo di lettura: 3 min










L’intelligenza artificiale accelera nelle imprese italiane e comincia a uscire dalla fase della semplice sperimentazione. Nel 2025 il 16,4% delle aziende con almeno 10 addetti ha utilizzato almeno una tecnologia di IA, esattamente il doppio rispetto all’8,2% registrato nel 2024 e oltre tre volte il 5% del 2023. La crescita è significativa perché testimonia la rapidità con cui strumenti di analisi del linguaggio, generazione di contenuti, machine learning e automazione stanno entrando nei processi aziendali. Il dato italiano rimane però inferiore alla media dell’Unione europea, arrivata al 20%, segnalando che l’accelerazione non è ancora sufficiente a colmare il divario accumulato rispetto ad alcune delle principali economie continentali.


La diffusione dell’IA cambia sensibilmente in base alle dimensioni aziendali. Tra le grandi imprese italiane la quota di utilizzatori è passata dal 32,5% del 2024 al 53,1% nel 2025, mentre nelle piccole e medie aziende l’incidenza è salita dal 7,7% al 15,7%. Il risultato evidenzia una delle questioni centrali della trasformazione digitale italiana: le imprese strutturate dispongono più facilmente di capitale, competenze, infrastrutture informatiche e dati organizzati necessari per integrare sistemi avanzati, mentre le realtà più piccole incontrano maggiori difficoltà. Il rischio è che l’IA, invece di ridurre il divario di produttività tra aziende, possa inizialmente ampliarlo, premiando chi possiede già capacità finanziarie e organizzative sufficienti per utilizzarla in maniera sistematica.


Anche la distribuzione settoriale è fortemente differenziata. Nell’informatica e nei servizi di informazione l’adozione supera il 50%, mentre percentuali elevate vengono registrate anche nella produzione cinematografica e audiovisiva, nelle telecomunicazioni, nelle attività professionali e nel settore energetico. Le applicazioni più diffuse riguardano marketing e vendite, processi amministrativi, analisi dei dati, automazione dei flussi di lavoro e ricerca e sviluppo. Più limitato resta invece l’impiego di tecnologie capaci di intervenire direttamente sui processi fisici, come i sistemi autonomi destinati alla produzione e alla logistica, che richiedono investimenti infrastrutturali più complessi.


Un ruolo crescente è ricoperto dall’IA generativa, che ha abbassato drasticamente la barriera di ingresso alla tecnologia. Chatbot, assistenti per la scrittura, strumenti per l’elaborazione dei documenti e applicazioni per la generazione di immagini o codice possono essere introdotti senza costruire grandi infrastrutture interne. Proprio questa facilità di accesso spiega parte dell’aumento registrato negli ultimi anni, ma pone anche il problema della profondità dell’adozione. All’inizio del 2026, secondo rilevazioni sulle imprese italiane con almeno 20 addetti, circa il 27% dichiarava un utilizzo limitato o moderato dell’intelligenza artificiale e soltanto il 3% un impiego estensivo. La diffusione, dunque, cresce più rapidamente della capacità di trasformare l’IA in una componente strutturale dell’organizzazione.


Il principale ostacolo rimane quello delle competenze. Quasi il 60% delle aziende che avevano valutato l’introduzione dell’intelligenza artificiale senza poi procedere ha indicato proprio la carenza di professionalità adeguate tra le principali difficoltà. Pesano anche l’incertezza normativa, la qualità insufficiente dei dati, i costi, la protezione delle informazioni e i problemi legati alla privacy. La questione non riguarda soltanto la disponibilità di specialisti: l’utilizzo efficace dell’IA richiede che manager e lavoratori comprendano come integrarla nei processi, verificare i risultati prodotti dagli algoritmi e individuare le attività nelle quali la tecnologia può generare un vantaggio economico concreto.


Il confronto europeo conferma la necessità di accelerare. Nel 2025 la Germania ha raggiunto una quota di imprese utilizzatrici del 26%, la Spagna il 20,3% e la Francia il 18,2%, mentre l’Italia si è fermata al 16,4%. Il divario assume particolare rilevanza perché l’intelligenza artificiale viene considerata uno degli strumenti potenzialmente più importanti per aumentare la produttività, tradizionale punto debole dell’economia italiana. Le stime disponibili indicano effetti potenzialmente rilevanti nel lungo periodo, ma nel breve termine l’aumento dell’utilizzo non si è ancora tradotto automaticamente in un miglioramento misurabile della produttività aggregata.


La nuova fase sarà quindi determinata non tanto dal numero di imprese che dichiarano di utilizzare almeno uno strumento di IA, quanto dalla capacità di incorporarlo nei modelli produttivi. Serviranno investimenti in formazione, cloud, dati, cybersecurity e organizzazione, insieme alla capacità di individuare applicazioni economicamente sostenibili. Il raddoppio registrato in un solo anno mostra che il sistema imprenditoriale italiano sta reagendo rapidamente alla rivoluzione tecnologica; la distanza tra semplice utilizzo e vera trasformazione dei processi resta però il terreno sul quale si giocherà una parte importante della competitività delle imprese nei prossimi anni.

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