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Inox, produttori delusi dalla nuova Salvaguardia: impianti ancora al 70% e ordini senza ripresa

17 set
Tempo di lettura: 3 min










La nuova Salvaguardia europea sull’acciaio non sta producendo, almeno per il momento, gli effetti sperati dai produttori di barre in acciaio inossidabile. A circa due mesi dall’entrata in vigore del nuovo sistema, che ha ridotto sensibilmente i quantitativi di acciaio provenienti dai Paesi extraeuropei ammessi nell’Unione senza l’applicazione del dazio fuori contingente, le imprese del comparto non registrano una ripresa significativa degli ordini. Gli stabilimenti continuano a lavorare intorno al 70% della capacità produttiva, sostanzialmente sugli stessi livelli precedenti all’estate. Il problema, secondo gli operatori, riguarda soprattutto il segmento dei lunghi inox, dove la pressione delle importazioni resta elevata e la revisione delle quote non avrebbe riequilibrato in misura sufficiente il rapporto tra prodotto europeo e materiale proveniente dai Paesi terzi.


A evidenziare le difficoltà è Massimiliano Burelli, amministratore delegato di Cogne Acciai Speciali, uno dei principali operatori europei del settore. L’azienda valdostana, controllata dal gruppo taiwanese Walsin Lihwa e presente con attività produttive anche nel Regno Unito e negli Stati Uniti, aveva già richiamato l’attenzione della Commissione europea insieme agli altri produttori del comparto. Nel luglio scorso i principali operatori avevano inviato una lettera a Bruxelles per chiedere una revisione delle modalità con cui sono stati determinati i nuovi contingenti. La richiesta nasce dalla convinzione che le regole adottate abbiano ottenuto risultati differenti nei vari segmenti siderurgici: più efficaci per alcuni prodotti, come i piani al carbonio, ma insufficienti nel caso delle barre in acciaio inossidabile.


Il nuovo quadro europeo ha ridotto di quasi 12 milioni di tonnellate i contingenti complessivamente destinati alle importazioni da Paesi terzi. Il sistema prevede quote entro le quali l’acciaio può entrare sul mercato europeo senza il dazio aggiuntivo, mentre oltre i limiti stabiliti viene applicata un’imposizione del 50%. Per i produttori di lunghi inox, tuttavia, la questione non riguarda soltanto la dimensione complessiva dei contingenti, ma anche la loro distribuzione tra Paesi e categorie di prodotto. L’attenzione si concentra in particolare sull’India, per la quale le imprese chiedono una riduzione più incisiva della quota di accesso senza dazio, in modo da avvicinare il trattamento del comparto inox a quello previsto per altre produzioni siderurgiche.


L’interlocuzione con le istituzioni europee prosegue attraverso associazioni come Eurofer e Federacciai, mentre l’industria considera l’attuale assetto una fase ancora suscettibile di correzioni. La possibilità di ricalcolare alcuni parametri nei prossimi mesi diventa quindi decisiva per verificare se la Salvaguardia potrà realmente sostenere una maggiore utilizzazione degli impianti europei. Per le imprese il punto centrale è evitare che l’aumento della domanda venga assorbito prevalentemente dalle importazioni. È quanto sarebbe avvenuto nel 2025: nonostante una crescita dei consumi, i maggiori volumi sarebbero stati intercettati soprattutto dal materiale proveniente dall’estero, comprimendo ulteriormente le quote dei produttori dell’Unione.


La situazione è resa più complessa dalla crescente regionalizzazione del mercato mondiale dell’acciaio. Negli Stati Uniti i dazi del 50% hanno drasticamente ridotto le possibilità commerciali per i produttori europei, mentre il Regno Unito applica un’imposizione del 26% che rende più difficili gli scambi lungo la filiera. Per aziende internazionalizzate come Cogne Acciai Speciali, la moltiplicazione delle barriere commerciali comporta quindi la necessità di riorganizzare flussi produttivi e strategie di vendita. In un settore caratterizzato da elevati costi energetici, investimenti rilevanti e forte concorrenza internazionale, mantenere gli stabilimenti lontani dalla piena capacità produttiva incide direttamente sull’efficienza e sulla redditività.


Il 2026 sta mostrando risultati leggermente migliori rispetto all’anno precedente, ma le performance rimangono inferiori alle aspettative formulate nei budget aziendali. Particolarmente debole continua a essere la domanda proveniente dall’automotive, uno dei tradizionali sbocchi dell’acciaio inossidabile. Segnali più incoraggianti arrivano invece da energia, aerospazio e nucleare, comparti caratterizzati da prodotti a maggiore valore aggiunto e marginalità più elevate, ma con volumi ancora insufficienti per compensare la debolezza degli altri mercati. La questione diventa quindi industriale oltre che commerciale: senza una ripresa consistente della domanda europea e senza una protezione efficace rispetto alla sovracapacità mondiale, gli stabilimenti rischiano di continuare a operare al di sotto del proprio potenziale.


Per i produttori di inox europei, i prossimi mesi saranno così un banco di prova per la nuova politica commerciale dell’Unione. Dal 1° ottobre entreranno inoltre in funzione requisiti più stringenti sulla tracciabilità dell’acciaio importato, con l’indicazione del Paese nel quale il materiale è stato originariamente fuso e colato. L’obiettivo è rendere più difficile l’aggiramento delle misure attraverso lavorazioni intermedie effettuate in Paesi diversi da quello di origine. L’industria chiede però che, accanto alla tracciabilità, vengano corretti i contingenti considerati ancora troppo permissivi per alcune categorie di prodotti: solo l’andamento degli ordini e il livello di utilizzo degli impianti potranno mostrare se la Salvaguardia riuscirà a trasferire una quota maggiore della domanda verso la produzione siderurgica europea.

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