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Incendi 2025, cresce la superficie bruciata in Italia: un’estate di emergenze e fumo che mette in crisi territori, ambiente e prevenzione

L’estate 2025 sarà ricordata come una delle più difficili per il territorio italiano, con un aumento consistente degli incendi boschivi e della superficie complessivamente devastata dalle fiamme. Secondo i dati forniti da Ispra e Protezione civile, la superficie nazionale interessata da incendi ha superato i 70.000 ettari, con un incremento di circa il 35 % rispetto allo stesso periodo del 2024. A essere colpite non sono state solo le regioni tradizionalmente più esposte, come Sicilia, Calabria, Sardegna e Puglia, ma anche vaste aree del Centro e del Nord, dove il fenomeno ha assunto intensità inedita, complici il caldo estremo e la prolungata siccità che hanno caratterizzato la stagione.


Le regioni meridionali continuano a essere l’epicentro dell’emergenza. In Sicilia, le fiamme hanno distrutto migliaia di ettari di macchia mediterranea e pinete, soprattutto nelle province di Palermo e Messina. Numerosi incendi hanno minacciato aree urbane e infrastrutture, costringendo a evacuazioni di interi quartieri. In Calabria, il Parco del Pollino e la Sila hanno registrato danni severi, con roghi che si sono propagati velocemente a causa dei venti di scirocco. La Sardegna, già segnata dalle ondate di fuoco degli ultimi anni, ha vissuto settimane di emergenza continua, con interventi della flotta antincendio nazionale e il supporto di squadre provenienti da altre regioni. Anche la Puglia ha dovuto fronteggiare roghi di vaste proporzioni, che hanno colpito in particolare il Gargano e il Salento.


Ciò che distingue il 2025 dagli anni precedenti è la diffusione geografica del fenomeno. Il Nord Italia, generalmente più risparmiato, ha visto crescere il numero di incendi di interfaccia, ovvero quelli che interessano il confine tra aree urbane e boschive. Lombardia, Veneto, Liguria e Piemonte hanno registrato episodi significativi, con roghi che hanno coinvolto zone collinari e aree protette. Nel solo mese di luglio, i Vigili del fuoco hanno effettuato oltre 1.100 interventi per incendi vegetali, il 40 % in più rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.


Le cause sono molteplici e strettamente legate ai cambiamenti climatici. Le temperature record, con punte di oltre 45 gradi in alcune regioni meridionali, e la prolungata assenza di precipitazioni hanno trasformato ampie aree in vere e proprie polveriere. La combinazione tra caldo, vento e vegetazione secca ha reso rapidissimo l’innesco e la propagazione delle fiamme. A questi fattori naturali si sommano responsabilità umane: incuria, abbandono delle campagne, carenze nella manutenzione del territorio e atti dolosi continuano a rappresentare una quota rilevante delle origini dei roghi.


Gli esperti del Consiglio nazionale delle ricerche sottolineano che la superficie forestale italiana, in aumento negli ultimi decenni per effetto dell’abbandono agricolo, è oggi più vulnerabile. Aree un tempo coltivate e ora ricoperte da vegetazione spontanea fungono da serbatoio di combustibile naturale. La mancanza di gestione attiva dei boschi, unita alla scarsità di risorse per la prevenzione, ha favorito la diffusione degli incendi e amplificato i danni. In molte zone interne, la rete di piste forestali è inadeguata, ostacolando l’accesso dei mezzi di soccorso.


Dal punto di vista ambientale, l’impatto è pesante. Migliaia di ettari di macchia mediterranea, querceti e pinete sono andati distrutti, compromettendo habitat preziosi e riducendo la biodiversità. Le emissioni di anidride carbonica prodotte dai roghi hanno già superato i 4 milioni di tonnellate equivalenti, vanificando parte degli sforzi compiuti per la riduzione delle emissioni nazionali. Inoltre, la perdita di copertura vegetale espone i terreni a un elevato rischio di erosione e frane, aggravato dalle prime piogge autunnali. Gli esperti avvertono che la rigenerazione naturale delle aree colpite richiederà decenni e che molte zone rischiano di trasformarsi in ambienti semi-aridi.


Il costo economico complessivo dell’emergenza è in fase di valutazione, ma le prime stime parlano di oltre 600 milioni di euro tra danni ambientali, agricoli e infrastrutturali. Le regioni più colpite hanno chiesto il riconoscimento dello stato di calamità naturale, mentre il Ministero dell’Ambiente ha avviato le procedure per l’attivazione dei fondi di compensazione. Le compagnie assicurative segnalano un incremento delle richieste di risarcimento, in particolare da parte di aziende agricole e operatori turistici che hanno subito interruzioni di attività.


Il sistema antincendio ha lavorato senza sosta per tutta l’estate. La flotta aerea nazionale, composta da Canadair, elicotteri e droni di monitoraggio, ha effettuato migliaia di ore di volo. Il supporto delle forze europee, attivato attraverso il meccanismo di protezione civile dell’Unione Europea, ha consentito di gestire contemporaneamente numerosi fronti. Nonostante l’efficienza dimostrata in fase di emergenza, le organizzazioni ambientaliste denunciano la mancanza di una strategia strutturale di prevenzione.


La stagione 2025 ha mostrato che gli incendi non sono più un’emergenza episodica, ma un fenomeno cronico legato all’evoluzione climatica del Mediterraneo. Il progressivo aumento della temperatura media e la siccità diffusa trasformano ogni estate in un periodo ad altissimo rischio. Gli esperti avvertono che, senza una pianificazione sistemica di gestione del territorio, la capacità di difesa nazionale potrebbe non reggere all’intensificarsi delle stagioni future. L’Italia si trova davanti alla necessità di ripensare la protezione del suo patrimonio naturale, con un approccio che unisca prevenzione, monitoraggio, gestione sostenibile delle foreste e cooperazione tra istituzioni, enti locali e cittadini.

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