In cinque anni l’occupazione cresce quasi ovunque, ma non tra i giovani: il peso della demografia sul lavoro italiano
Il mercato del lavoro italiano ha attraversato negli ultimi cinque anni una fase di forte espansione dell’occupazione, ma dietro il dato complessivamente positivo emerge una frattura generazionale sempre più evidente. La crescita ha interessato soprattutto le fasce adulte e mature della popolazione, mentre il numero dei giovani occupati non ha seguito la stessa traiettoria. Il fenomeno non può essere spiegato soltanto con la difficoltà delle nuove generazioni a trovare lavoro: una parte determinante deriva dalla demografia, perché in Italia i giovani sono sempre meno numerosi. Il risultato è un mercato del lavoro nel quale aumentano gli occupati, ma contemporaneamente cresce il peso delle classi di età più avanzate.
Il confronto con il periodo precedente alla pandemia mostra la portata del cambiamento. La ripresa economica, la domanda di personale in numerosi comparti e la maggiore permanenza nel lavoro hanno sostenuto l’aumento complessivo degli occupati. Ma l’espansione non è stata distribuita uniformemente. L’innalzamento dell’età pensionabile e le regole previdenziali hanno contribuito a mantenere più a lungo al lavoro le generazioni adulte, mentre la riduzione delle nascite registrata negli ultimi decenni ha progressivamente ristretto la platea dei potenziali lavoratori più giovani. Si determina così un apparente paradosso: il tasso di occupazione giovanile può migliorare senza che aumenti necessariamente il numero assoluto di ragazzi e ragazze che lavorano, perché diminuisce anche la popolazione appartenente a quelle fasce d’età.
La situazione rimane comunque complessa anche sul piano dell’accesso al lavoro. I dati dell’Istat mostrano che tra i giovani tra 20 e 34 anni che hanno concluso il percorso di istruzione e formazione il tasso di occupazione è pari al 70,2%. Il livello cresce nettamente con il titolo di studio: si ferma al 56,2% tra chi possiede al massimo la licenza media, sale al 71,1% per i diplomati e raggiunge l’82,2% tra chi ha conseguito un titolo terziario. L’istruzione continua quindi a rappresentare uno dei principali strumenti di protezione dal rischio di disoccupazione, anche se l’Italia mantiene una transizione dalla scuola e dall’università al lavoro più lenta rispetto alla media europea.
Le differenze territoriali accentuano ulteriormente il problema. Tra i giovani che hanno terminato gli studi, nel Mezzogiorno il tasso di occupazione si ferma al 54%, contro il 74,9% del Centro e l’81,4% del Nord. Anche per i laureati il vantaggio determinato da un livello di istruzione più elevato non elimina completamente la distanza: nel Sud lavora il 70,7%, mentre nel Centro la quota supera l’82% e nel Nord si avvicina all’89%. A questo si aggiunge il divario tra uomini e donne, particolarmente ampio tra chi possiede livelli di istruzione più bassi. Il quadro dimostra come la questione giovanile sia strettamente intrecciata con i tradizionali squilibri territoriali, formativi e di genere del mercato del lavoro italiano.
Un altro elemento riguarda la qualità degli ingressi nell’occupazione. Le analisi sui flussi mostrano che meno del 30% di chi entra nel mercato del lavoro come occupato ottiene direttamente un rapporto da dipendente a tempo indeterminato e tra i più giovani la quota scende ulteriormente. Restano quindi diffuse forme contrattuali temporanee, lavoro autonomo e rapporti a tempo parziale. La stabilità raggiunta da chi è già occupato tende invece ad aumentare, soprattutto nelle fasce più mature. Si rafforza così una polarizzazione tra chi possiede una posizione consolidata e chi deve ancora costruire un percorso professionale stabile, con conseguenze che possono estendersi alle scelte abitative, alla formazione di una famiglia e alla decisione di avere figli.
La componente demografica rischia inoltre di rendere il problema sempre più strutturale. Il calo delle nascite riduce progressivamente il numero delle persone che entrano nell’età lavorativa, mentre l’invecchiamento della popolazione aumenta il peso relativo degli occupati più anziani. Per le imprese questo significa una crescente difficoltà nel reperire competenze, soprattutto nei settori tecnici, industriali, digitali e sanitari. Il fenomeno può alimentare il cosiddetto mismatch, cioè la distanza tra professionalità richieste e disponibili, spingendo le aziende a investire maggiormente nella formazione, nell’automazione e nell’attrazione di lavoratori dall’estero.
La crescita dell’occupazione italiana va quindi letta insieme alla trasformazione della sua struttura generazionale. Un mercato del lavoro con più occupati rappresenta un segnale favorevole, ma il ridimensionamento della componente giovanile evidenzia una fragilità destinata a incidere sulla capacità produttiva del Paese. Accelerare il passaggio dalla formazione al lavoro, ridurre i divari territoriali, valorizzare le competenze e offrire percorsi professionali più stabili diventa essenziale anche per contrastare gli effetti dell’inverno demografico, mentre imprese e sistema economico devono prepararsi a competere per una forza lavoro giovane che nei prossimi anni sarà sempre più scarsa.





Commenti