Il grano italiano soffre il crollo dei prezzi e le semine future rischiano di fermarsi
- piscitellidaniel
- 11 set
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Il grano duro italiano vive una delle stagioni più difficili degli ultimi anni, con prezzi in caduta libera e aziende agricole costrette a rivedere le scelte per la prossima campagna. Le quotazioni alla produzione sono scese sotto i livelli di sostenibilità economica, mentre i costi di sementi, fertilizzanti, carburanti ed energia continuano a salire. La combinazione tra margini negativi e concorrenza estera sempre più aggressiva spinge molti coltivatori a ridurre le superfici destinate al cereale simbolo della dieta mediterranea.
Il quadro emerge con chiarezza dalle principali borse merci, dove i listini del grano duro registrano ribassi costanti rispetto alle campagne precedenti. In diverse aree del Sud Italia, cuore della produzione nazionale, i prezzi non coprono più i costi effettivi, determinando perdite che minacciano la continuità delle imprese. La forbice tra spese e ricavi si è allargata al punto da rendere antieconomico seminare, con la prospettiva di un calo medio delle superfici intorno al 6-7% già dalla prossima stagione.
A incidere in modo decisivo è anche l’aumento delle importazioni da Paesi extraeuropei, in particolare Canada e Turchia. Le navi cariche di grano estero che arrivano nei porti italiani esercitano una pressione costante sui prezzi interni, mentre la mancanza di reciprocità nelle regole agronomiche genera squilibri evidenti. Alcuni produttori stranieri possono utilizzare pratiche e sostanze vietate in Europa, come il glifosato in pre-raccolta, abbattendo i costi e mettendo i cerealicultori italiani in una posizione di netto svantaggio competitivo.
Le conseguenze sul territorio sono immediate. In Puglia e Sicilia, che da sole coprono oltre la metà della produzione nazionale di grano duro, gli agricoltori valutano riduzioni drastiche delle semine. Molti preferiscono orientarsi verso colture alternative, meno costose e meno rischiose, o addirittura abbandonare i terreni, lasciandoli incolti. La ritirata dalle campagne non è solo una questione economica: significa perdita di reddito, contrazione dell’occupazione stagionale e rischio di desertificazione sociale in aree rurali già fragili.
I costi di produzione rappresentano il vero nodo irrisolto. La spesa per concimi e fertilizzanti resta elevata nonostante un parziale calo dei prezzi internazionali, mentre gasolio ed energia pesano sempre di più sui bilanci aziendali. Ogni ettaro coltivato a grano duro comporta investimenti iniziali che spesso superano i ritorni garantiti dal mercato. In assenza di strumenti di tutela, molte aziende agricole si trovano a lavorare in perdita, con un progressivo logoramento della capacità di investimento e innovazione.
La contrazione della produzione nazionale rischia di avere effetti a catena sull’intera filiera agroalimentare. L’Italia, che ha costruito il proprio primato mondiale nella pasta sulla qualità del grano duro domestico, potrebbe dipendere in misura crescente dalle importazioni. Una prospettiva che non riguarda soltanto la bilancia commerciale, ma anche l’immagine di un prodotto simbolo del made in Italy, legato a doppio filo con le tradizioni agricole dei territori meridionali.
Le associazioni di categoria chiedono interventi immediati per evitare il collasso di un comparto strategico. Tra le proposte emergono i contratti di filiera con prezzi minimi garantiti, in grado di assicurare agli agricoltori una soglia di redditività stabile. Altre misure ipotizzate riguardano incentivi per compensare i costi produttivi, rafforzamento dei controlli sulle importazioni e maggiore impegno a livello europeo per garantire condizioni di concorrenza eque tra produttori interni e stranieri.
Il futuro delle semine è oggi sospeso tra scelte difficili e prospettive incerte. Se la discesa dei prezzi non verrà arrestata, il rischio è quello di un ridimensionamento strutturale della cerealicoltura italiana, con impatti che andrebbero ben oltre i campi di grano per toccare l’economia, la società e la cultura di intere regioni.

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