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Gli agenti intelligenti: l’intelligenza artificiale entra nella forza lavoro

Nel 2025 l’intelligenza artificiale sta evolvendo verso un nuovo paradigma, quello degli “agenti intelligenti”. Non più semplici modelli in grado di generare contenuti, ma sistemi autonomi capaci di interagire con l’ambiente, prendere decisioni, portare a termine compiti complessi e, in alcuni casi, sostituirsi all’intervento umano. È una rivoluzione silenziosa, ma profonda, che sta trasformando il concetto stesso di forza lavoro in molte organizzazioni pubbliche e private.


Gli agenti intelligenti sono una naturale estensione della GenAI – la cosiddetta intelligenza artificiale generativa – di cui rappresentano l’evoluzione più operativa. Se i modelli linguistici di prima generazione, come ChatGPT, erano pensati per generare testo, rispondere a domande o sintetizzare documenti, gli agenti intelligenti sono in grado di svolgere intere sequenze operative in autonomia: fissare appuntamenti, inviare email, aggiornare database, compilare report, prenotare viaggi, tradurre contenuti e interfacciarsi con altri software aziendali in tempo reale.


Il fenomeno si sta diffondendo a ritmo sostenuto anche in Italia. Secondo una ricerca dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, nel 2024 oltre il 55% delle grandi imprese italiane aveva già adottato almeno un sistema di GenAI nei processi interni, con particolare interesse per le aree marketing, risorse umane e customer care. Strumenti come Copilot di Microsoft e Bard di Google iniziano ad affiancare operativamente i team, riducendo i tempi di lavoro e aumentando la produttività.


Tuttavia, l’impatto di questa tecnologia sul mercato del lavoro è tutt’altro che marginale. Stime internazionali, tra cui quelle di Goldman Sachs e McKinsey, prevedono che fino al 25% delle ore lavorate in ambito amministrativo, contabile e legale potrebbero essere automatizzate entro il 2030. In totale, si parla potenzialmente di 300 milioni di posti di lavoro a tempo pieno “ridefiniti” o soggetti a trasformazione. Non si tratta necessariamente di disoccupazione, ma di riqualificazione: molte figure professionali saranno chiamate ad aggiornare competenze e funzioni, mentre nuove professioni inizieranno ad affermarsi.


Gli agenti intelligenti, a differenza degli algoritmi tradizionali, non si limitano a rispondere a un input statico. Sono progettati per comprendere un obiettivo, pianificare come raggiungerlo e monitorare i propri progressi. Alcuni esperti paragonano questa architettura all’agire umano, con la differenza che questi sistemi possono operare 24 ore su 24, senza pause, errori cognitivi o vincoli contrattuali.


La tecnologia alla base di questi agenti si appoggia su tre pilastri fondamentali: una base linguistica, un motore di pianificazione e un’interfaccia software in grado di comunicare con sistemi esterni. In molti casi, sono integrati in ambienti cloud e funzionano come servizi scalabili, accessibili alle imprese con un modello “as-a-service”, riducendo così le barriere all’adozione per PMI e pubblica amministrazione.


Il tema della governance diventa centrale in questo scenario. Mentre le imprese accelerano l’adozione di questi strumenti per motivi di efficienza, i sindacati e le autorità regolatorie iniziano a interrogarsi su come tutelare il lavoro umano, evitare derive etiche e garantire trasparenza nell’utilizzo delle tecnologie decisionali. L’Unione Europea sta lavorando in questa direzione con l’AI Act, il primo quadro normativo orizzontale pensato per regolare lo sviluppo e l’impiego dell’intelligenza artificiale nei 27 Stati membri.


Un’altra dimensione cruciale riguarda la formazione. Le aziende si trovano davanti a un bivio: limitarsi ad adottare tecnologie esistenti, oppure investire sulla “coesistenza aumentata” tra esseri umani e IA. In questo secondo scenario, cresce la richiesta di figure ibride: professionisti in grado di comprendere le logiche dei modelli di IA, di interpretarli e supervisionarli, con competenze che spaziano dalla statistica all’etica digitale, passando per il design dell’interazione uomo-macchina.


In Italia, l’interesse è palpabile ma ancora cauto. Il valore del mercato dell’intelligenza artificiale nel nostro Paese, secondo le ultime stime, si attesta intorno ai 500 milioni di euro nel 2024, ma con previsioni di raddoppio entro il 2026. Le applicazioni che oggi dominano il mercato sono ancora in gran parte focalizzate su assistenti virtuali e chatbot, ma i primi esperimenti con agenti autonomi in ambito logistica, sanitario e bancario sono già in corso.


L’ingresso degli agenti intelligenti nel panorama operativo italiano rappresenta un’opportunità e, allo stesso tempo, una sfida strategica. Non si tratta solo di innovare tecnicamente, ma di ripensare in profondità ruoli, processi, responsabilità e modelli organizzativi. E l’unica risposta possibile, in un sistema che cambia così rapidamente, è la preparazione.

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