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Gaza, Rafah si passa col contagocce: quindici ingressi autorizzati e frizioni tra Witkoff e Netanyahu

3 feb
Tempo di lettura: 2 min

Il valico di Rafah continua a funzionare in modo estremamente limitato, con appena quindici ingressi autorizzati, confermando una gestione rigidissima dei flussi tra la Striscia di Gaza e l’Egitto. La situazione umanitaria resta drammatica, mentre il passaggio verso l’esterno procede a ritmi simbolici, incapaci di incidere sulle condizioni della popolazione civile. Rafah rappresenta l’unico punto di uscita non direttamente controllato da Israele, ma il suo funzionamento è fortemente condizionato da accordi politici e di sicurezza che riflettono un equilibrio precario. L’apertura ridotta del valico diventa così un elemento strutturale della crisi, non un’eccezione temporanea, e contribuisce a mantenere Gaza in uno stato di isolamento che incide sulla sopravvivenza quotidiana, sull’accesso alle cure mediche e sulla possibilità di evacuazione dei casi più vulnerabili.


La decisione di consentire il passaggio solo a un numero così esiguo di persone si colloca all’interno di negoziati complessi e frammentati, nei quali emergono divergenze anche tra alleati. Le frizioni tra l’inviato statunitense Witkoff e il primo ministro israeliano Netanyahu evidenziano una distanza crescente sulle modalità di gestione del valico e, più in generale, sull’approccio da adottare nei confronti di Gaza. Da un lato, la pressione americana mira ad ampliare i corridoi umanitari e a rendere il passaggio più regolare, anche per ragioni di stabilità regionale e di credibilità internazionale. Dall’altro, la leadership israeliana mantiene una linea di estrema cautela, legata a considerazioni di sicurezza e al timore che un allentamento dei controlli possa indebolire la strategia militare complessiva. Questo scontro di impostazioni si traduce in una paralisi operativa che lascia Rafah formalmente aperto ma sostanzialmente inaccessibile per la grande maggioranza dei civili.


Il ruolo dell’Egitto resta centrale e al tempo stesso estremamente delicato. Il Cairo si trova a gestire un confine che è diventato uno dei principali punti di pressione del conflitto, stretto tra la necessità di evitare un afflusso incontrollato di profughi e le richieste della comunità internazionale di un maggiore impegno umanitario. La gestione col contagocce del valico consente all’Egitto di mantenere un controllo rigoroso della situazione, ma alimenta critiche e tensioni diplomatiche, perché non offre una risposta adeguata all’emergenza in corso. La limitazione degli ingressi assume quindi una valenza che va oltre l’aspetto logistico, diventando uno strumento politico attraverso il quale si cercano di bilanciare sicurezza, pressione internazionale e stabilità interna.


Rafah resta così uno dei nodi più sensibili dell’intero conflitto, perché concentra in pochi metri di confine questioni umanitarie, militari e diplomatiche che coinvolgono attori regionali e globali. Il funzionamento ridotto del valico amplifica la crisi civile all’interno della Striscia e contribuisce a irrigidire le posizioni negoziali, rendendo più difficile qualsiasi ipotesi di allentamento delle tensioni. La scelta di autorizzare solo quindici ingressi non rappresenta soltanto una misura temporanea, ma il riflesso di un equilibrio politico instabile, nel quale la gestione dei flussi diventa uno strumento di pressione e di controllo, lasciando la popolazione di Gaza intrappolata in una condizione di attesa senza prospettive immediate di normalizzazione.

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