Gaza, le tappe della crisi e la sorte degli ostaggi: dai 251 rapiti il 7 ottobre ai pochi sopravvissuti liberati dopo un anno di trattative
- piscitellidaniel
- 13 ott
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A un anno esatto dall’inizio della crisi di Gaza, la situazione degli ostaggi israeliani rapiti da Hamas resta uno dei temi più dolorosi e simbolici del conflitto. Il bilancio delle vittime e dei prigionieri ancora detenuti testimonia la complessità di una vicenda che ha segnato profondamente Israele, la Palestina e l’intera comunità internazionale. Dei 251 civili e militari sequestrati durante l’attacco del 7 ottobre 2023, soltanto una parte è tornata a casa viva, mentre per molti altri la sorte rimane incerta o tragicamente segnata.
Il 7 ottobre rappresenta una data spartiacque nella storia recente del Medio Oriente. Quel giorno, migliaia di miliziani di Hamas hanno superato la barriera di confine tra Gaza e Israele, attaccando kibbutz, città e basi militari. L’operazione, condotta con una brutalità che ha scioccato il mondo, ha causato oltre 1.200 morti israeliani e ha dato inizio a una lunga spirale di violenza che ancora oggi non trova una via d’uscita diplomatica stabile. Tra le conseguenze più drammatiche, il rapimento di centinaia di civili – uomini, donne, bambini e anziani – trascinati nella Striscia di Gaza e trattenuti in luoghi segreti.
Inizialmente, il governo israeliano aveva confermato 251 sequestri accertati, tra cittadini israeliani e stranieri. Le autorità di Tel Aviv avevano creato una unità speciale per la gestione della crisi, coordinata tra esercito, intelligence e famiglie degli ostaggi. Nel corso dei mesi, sono emersi dettagli sempre più precisi sul trattamento dei prigionieri e sulle difficoltà nel localizzarli. Molti di loro sarebbero stati trasferiti in diversi punti della Striscia, spesso usati come scudi umani o pedine di scambio.
Il primo spiraglio di speranza si è aperto a novembre 2023, con il cessate il fuoco temporaneo mediato da Qatar, Egitto e Stati Uniti. In quell’occasione, furono liberati circa 105 ostaggi, tra cui donne e bambini, in cambio del rilascio di prigionieri palestinesi detenuti in Israele. Quel fragile accordo, durato solo una settimana, segnò il momento più importante nelle trattative tra le parti, ma non riuscì a trasformarsi in una tregua stabile. Dopo la ripresa dei combattimenti, i negoziati sono proseguiti in modo intermittente, senza risultati significativi fino alla metà del 2024.
Secondo le ultime informazioni diffuse da fonti militari israeliane, più di 110 ostaggi sarebbero ancora a Gaza, ma solo una parte di loro sarebbe in vita. Le operazioni di intelligence hanno consentito di recuperare i corpi di decine di vittime, molte delle quali morte nei primi giorni di prigionia o durante i bombardamenti. Altri restano dispersi. Le autorità israeliane stimano che i sopravvissuti siano meno di 80, ma le condizioni in cui vengono trattenuti restano sconosciute. Hamas continua a utilizzare la questione degli ostaggi come leva politica, ponendo condizioni sempre più rigide per il rilascio e chiedendo la fine dell’offensiva militare israeliana nella Striscia.
Nel frattempo, le famiglie degli ostaggi hanno dato vita a un movimento civico che ha mobilitato l’opinione pubblica israeliana. Le manifestazioni a Tel Aviv, Gerusalemme e Haifa si sono moltiplicate negli ultimi mesi, con migliaia di cittadini che chiedono al governo di prioritizzare la liberazione dei prigionieri rispetto alle operazioni militari. La protesta ha assunto un valore politico rilevante, mettendo sotto pressione il primo ministro Benjamin Netanyahu, accusato da alcuni settori dell’opinione pubblica di non aver fatto abbastanza per riportare a casa i rapiti.
Le tappe della crisi hanno seguito un ritmo alternato di scontri militari e tentativi diplomatici. Dopo la fine della tregua di novembre, Israele ha intensificato le operazioni a nord e nel centro della Striscia, con l’obiettivo dichiarato di eliminare le infrastrutture di Hamas e localizzare i centri di detenzione degli ostaggi. Tuttavia, la complessità del terreno urbano e l’uso di tunnel sotterranei hanno reso le operazioni estremamente difficili. Alcune operazioni speciali, come quella condotta a Rafah nel marzo 2024, hanno portato alla liberazione di piccoli gruppi di prigionieri, ma al prezzo di alti costi militari e civili.
Parallelamente, la comunità internazionale ha moltiplicato gli sforzi diplomatici per ottenere nuovi accordi di scambio. Il Qatar, che fin dall’inizio ha svolto un ruolo centrale come mediatore, continua a cercare un compromesso tra le richieste israeliane e quelle di Hamas, ma le posizioni restano distanti. Israele pretende la liberazione incondizionata di tutti i civili ancora detenuti, mentre Hamas lega ogni passo a un cessate il fuoco permanente e al ritiro delle truppe israeliane dal sud della Striscia. Gli Stati Uniti e l’Egitto tentano di mantenere aperto il canale negoziale, ma la sfiducia reciproca e la crisi umanitaria rendono ogni progresso estremamente fragile.
Sul fronte umanitario, la situazione a Gaza è drammatica. Le Nazioni Unite stimano oltre 30.000 morti palestinesi, per la maggior parte civili, e una popolazione allo stremo, priva di accesso regolare a cibo, acqua e assistenza medica. Le organizzazioni internazionali denunciano che la crisi degli ostaggi si intreccia con una tragedia collettiva che ha travolto l’intera regione. La Croce Rossa Internazionale ha più volte chiesto di poter visitare i prigionieri israeliani, ma finora non ha ricevuto autorizzazione da Hamas, che continua a mantenere il massimo riserbo sulle loro condizioni.
L’analisi delle dinamiche interne a Hamas suggerisce che gli ostaggi rappresentano un capitale politico e strategico per il movimento, utile per ottenere concessioni da Israele e per mantenere il controllo sulla popolazione di Gaza. Allo stesso tempo, la questione umanitaria si è trasformata in un tema di dibattito globale: diversi Paesi europei, tra cui Francia, Germania e Italia, hanno espresso sostegno alle iniziative di mediazione, invitando entrambe le parti a una tregua stabile che consenta il rilascio dei sopravvissuti e l’accesso degli aiuti internazionali.
In Israele, la questione degli ostaggi è diventata anche un banco di prova per il governo. L’opinione pubblica si divide tra chi sostiene la prosecuzione dell’offensiva militare per eliminare Hamas e chi chiede una pausa umanitaria immediata per salvare i prigionieri ancora vivi. Ogni settimana, le famiglie degli ostaggi si riuniscono davanti alla sede del governo a Gerusalemme, mostrando le fotografie dei propri cari e chiedendo risposte chiare. Le autorità militari, pur dichiarando di avere “informazioni affidabili” sulla posizione di alcuni prigionieri, non hanno fornito dettagli pubblici per ragioni di sicurezza.
A dodici mesi dal 7 ottobre, la ferita resta aperta. Dei 251 ostaggi iniziali, oltre 100 sono stati liberati, circa 40 sono stati identificati come deceduti, mentre gli altri risultano ancora dispersi o presumibilmente in mano a Hamas. La speranza di riportarli a casa continua a rappresentare uno dei principali motori della diplomazia internazionale e della politica israeliana. La crisi degli ostaggi è ormai diventata il simbolo di un conflitto che ha superato ogni logica militare e che continua a misurarsi con il dolore, la paura e la difficile ricerca di una via di ritorno alla vita.

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