top of page

Gas russo ai minimi storici in Europa: export in caduta libera, produzione in calo e Gazprom sotto pressione

Il gas russo, un tempo risorsa strategica imprescindibile per il fabbisogno energetico europeo, è ormai ridotto a una componente marginale delle forniture continentali. Secondo le stime più aggiornate, l’export di gas naturale dalla Russia verso l’Europa ha raggiunto nel primo semestre del 2025 i livelli più bassi dagli anni ’70, attestandosi a circa 8,3 miliardi di metri cubi. Un dato che rappresenta un crollo del 47% rispetto allo stesso periodo del 2024 e un declino impressionante rispetto ai 175 miliardi di metri cubi esportati da Mosca nel 2021.


Le ragioni di questa discesa sono molteplici e vanno dalla progressiva chiusura delle rotte di transito, in particolare attraverso l’Ucraina, alla riconfigurazione geopolitica delle relazioni energetiche tra l’Unione europea e la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022. Il contratto decennale sul transito del gas tra Kiev e Mosca, scaduto il 31 dicembre 2024, non è stato rinnovato e ha portato alla cessazione completa dei flussi attraverso l’Ucraina, un tempo principale via di approvvigionamento per il continente europeo.


A oggi, l’unico canale attivo per l’esportazione di gas russo verso l’Europa resta il gasdotto TurkStream, che attraversa il Mar Nero e serve principalmente Turchia, Ungheria e Serbia. Tuttavia, anche questa infrastruttura ha visto una contrazione dei volumi. Nel mese di giugno 2025, il gas in transito giornaliero si è fermato a circa 37,6 milioni di metri cubi, in calo rispetto al mese precedente. Il valore annuale complessivo, anche ipotizzando un funzionamento costante, non supererebbe i 14 miliardi di metri cubi, ben lontano dalle capacità prebelliche dei grandi corridoi energetici via Ucraina o Bielorussia.


Parallelamente, la produzione interna russa di gas è anch’essa in calo. Gazprom, colosso pubblico dell’energia, si trova a fronteggiare non solo un drastico ridimensionamento dei mercati di sbocco, ma anche un eccesso di offerta interna che genera enormi difficoltà operative e finanziarie. La società ha chiuso il 2023 con una perdita netta superiore ai 7 miliardi di dollari, e nel 2024 il bilancio ha registrato un rosso di oltre un trilione di rubli, pari a circa 10 miliardi di euro. Le stime per il prossimo decennio non sono più rosee: tra il 2025 e il 2034, si prevede che le perdite complessive di Gazprom potrebbero toccare i 15 trilioni di rubli, se la tendenza attuale dovesse proseguire senza nuovi mercati alternativi.


La strategia di diversificazione avviata dall’Unione europea ha giocato un ruolo determinante. Con il piano REPowerEU, Bruxelles ha puntato alla sostituzione completa del gas russo entro il 2027, aumentando le importazioni di gas naturale liquefatto (GNL) da Stati Uniti, Qatar e Norvegia, investendo in rigassificatori e nuove infrastrutture e accelerando sulla transizione energetica verso fonti rinnovabili. L’effetto è stato quello di ridurre gradualmente, ma inesorabilmente, il ruolo di Mosca come fornitore energetico. Nel 2023, le esportazioni russe erano già calate a 45 miliardi di metri cubi, per poi precipitare sotto la soglia dei 20 miliardi nel 2025.


La situazione geopolitica ha contribuito ulteriormente al collasso del rapporto commerciale. Le sanzioni imposte da UE, Stati Uniti e Regno Unito hanno limitato fortemente le possibilità di Gazprom di negoziare nuovi contratti a lungo termine o accedere a tecnologie e investimenti essenziali per l’ammodernamento della rete. Anche le relazioni con la Cina, verso la quale la Russia ha tentato un reindirizzamento delle sue esportazioni, non hanno prodotto i risultati sperati. Il gasdotto Power of Siberia, in funzione dal 2019, non è sufficiente a compensare le perdite registrate nel mercato europeo, né è ancora operativo il secondo tracciato (Power of Siberia 2), la cui costruzione risulta in forte ritardo.


L’economia russa, fortemente dipendente dal comparto energetico, subisce gli effetti a cascata di questo mutamento epocale. Il calo delle esportazioni di gas si somma alla contrazione delle esportazioni petrolifere, che pur mantenendo livelli più elevati grazie a triangolazioni con India e Cina, subiscono prezzi scontati rispetto alle quotazioni di mercato. Il bilancio federale russo, secondo i dati del ministero delle Finanze, ha registrato un disavanzo cronico nei primi sei mesi del 2025, alimentato dalla riduzione delle entrate fiscali da idrocarburi.


Per Gazprom, il calo produttivo non è più solo una questione di vendite, ma di struttura industriale. In assenza di mercati finali, la compagnia ha dovuto rallentare l’estrazione in molti dei suoi giacimenti, chiudere linee di compressione e ridurre l’attività manutentiva su alcune delle pipeline storiche. L’effetto è un progressivo deterioramento dell’apparato infrastrutturale che, nel lungo periodo, potrebbe compromettere anche la possibilità di ripresa se i mercati dovessero riaprirsi.


La perdita del mercato europeo, a cui la Russia ha fornito gas in modo continuativo per quasi mezzo secolo, non è semplicemente un dato economico, ma anche simbolico. L’intreccio tra gas e diplomazia aveva fatto del legame tra Mosca e le capitali europee un pilastro della sicurezza energetica continentale. La rottura di questo legame segna la fine di un’epoca e il passaggio a un nuovo ordine energetico globale, in cui il gas russo, pur abbondante, rischia di restare senza destinatari.


Il crollo delle esportazioni verso l’Europa, unito alla contrazione della produzione interna e al declino di Gazprom come attore globale, rappresenta uno dei cambiamenti strutturali più significativi del mercato energetico degli ultimi decenni. Un cambiamento che, se non compensato da nuove alleanze strategiche e infrastrutture alternative, rischia di ridimensionare in modo permanente il ruolo della Russia nel panorama energetico internazionale.

Post correlati

Mostra tutti

Commenti


Le ultime notizie

bottom of page