Ex Ilva: richiesta di cassa integrazione per quasi 4.000 lavoratori, impianti fermi e tensioni sull’orizzonte industriale
- piscitellidaniel
- 17 set
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Acciaierie d’Italia, la società che gestisce l’ex Ilva di Taranto, ha ufficializzato una nuova richiesta di ammortizzatori sociali che riguarda quasi 4.000 dipendenti, in un momento in cui gran parte degli impianti sono praticamente fermi. L’aumento previsto riguarda soprattutto lo stabilimento di Taranto, dove si concentrerebbero circa 3.500 lavoratori in cassa integrazione, ma anche gli altri siti del gruppo non restano indifferenti allo stato di crisi strutturale che si è aggravato dopo un incidente all’altoforno numero 1, sequestrato dopo l’evento di maggio, che ha ridotto drasticamente la capacità produttiva complessiva.
Il calo della produzione, conseguenza diretta del sequestro e delle restrizioni imposte, ha imposto all’azienda di chiedere una cassa integrazione estesa a una parte consistente degli addetti. Il totale dei dipendenti nel gruppo sfiora i 9.800, e la richiesta di cassa per 4.050 unità rappresenta quasi la metà della forza lavoro coinvolgibile, se i numeri venissero confermati. Il sito di Taranto è il più colpito, con quasi tutti i 3.500 lavoratori citati, mentre il restante migliaio circa si distribuisce negli altri stabilimenti del gruppo.
Le ripercussioni sindacali e politiche sono immediate. I sindacati (Fiom, Fim, Uilm) denunciano che non è possibile far gravare i costi di malfunzionamenti, ritardi burocratici e autorizzativi sui lavoratori, chiedono che ci sia chiarezza sul futuro della siderurgia a Taranto e che si acceleri con gli investitori che hanno manifestato interesse per rilevare l’impianto, garantire investimenti per la decarbonizzazione e riduzione dell’impatto ambientale, e adottare misure che evitino che la vertenza degeneri in un disastro sociale.
Sul fronte delle autorità, il ministro delle Imprese e del Made in Italy ha assicurato che farà la sua parte per tutelare i posti di lavoro, ma ha anche richiamato la necessità di presentare piani industriali vincolanti e tempestivi da parte dei possibili acquirenti, che entro metà settembre dovranno presentare offerte definitive valide. L’obiettivo dichiarato è consegnare l’intera azienda a un nuovo investitore entro il primo trimestre del 2026. Tuttavia, con una produzione attuale fortemente ridotta (solo un altoforno al momento operativo) e la pressione crescente sia sui costi che sulle autorizzazioni ambientali, il margine di manovra sembra molto stretto.
L’accordo preliminare tra il Governo e gli enti territoriali sulla decarbonizzazione, siglato a metà agosto, ha posto alcune basi operative, ma resta molto da fare su aspetti cruciali come l’adeguamento ambientale, il rilancio dell’altoforno sequestrato, la ripresa del funzionamento degli altri forni, e la definizione di un piano energetico sostenibile che permetta produzioni compatibili con gli standard europei e con le normative nazionali.
Per ora, l’azienda ha formalmente avanzato la richiesta al Ministero del Lavoro, in attesa che sia fissata una riunione per valutare la concessione della cassa integrazione su questi numeri (4.050 lavoratori). Il numero è soggetto a verifica, come lo è la capacità di coprire queste ore di non lavoro con risorse statali, ammortizzatori sociali e sostegno legislativo, ma la pressione sociale cresce, soprattutto a Taranto dove tutto il territorio è coinvolto.

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