Ex Ilva, il piano Bedrock prevede migliaia di tagli: una ristrutturazione dal peso sociale enorme
- piscitellidaniel
- 3 ott
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In queste ultime ore si fa sempre più concreto lo scenario delineato da Bedrock Industries nel dossier relativo all’acquisizione dell’ex Ilva: il piano industriale che il fondo americano propone include il mantenimento di circa 3.000 posti di lavoro su scala nazionale, ma allo stesso tempo prevede l’uscita da 7.000 a 7.500 dipendenti complessivi. Questo equilibrio – tra mantenimento simbolico e tagli massicci – fa emergere una ristrutturazione profonda che rischia di avere conseguenze sociali, industriali e territoriali gravissime.
Nel dettaglio, la proposta di Bedrock prevede di conservare 2.000 unità a Taranto e ulteriori 1.000 tra gli stabilimenti di Novi Ligure, Cornigliano e le attività logistiche e commerciali distribuite sul territorio nazionale. Ma queste 3.000 posizioni, considerate “core” nel piano del fondo, rappresentano soltanto una minima parte del personale attualmente impiegato nella galassia ex Ilva. Il resto – si stima tra 7.000 e 7.500 lavoratori – dovrebbe essere escluso dall’assetto futuro, con un’uscita massiccia tra i ranghi operativi dell’azienda siderurgica.
La notizia del possibile “smembramento sociale” ha immediatamente provocato allarme nei sindacati, che parlano di “smantellamento”, definendo la proposta del fondo come una decisione che stravolge il significato stesso di rilancio industriale. Le organizzazioni Fim, Fiom e Uilm hanno chiesto al governo un intervento forte e una visione politica chiara, non limitata a numeri: vogliono che l’esecutivo si assuma la guida del percorso, garantendo che non si proceda con logiche speculative su un’azienda strategica.
Il contesto dell’asta per l’ex Ilva aggiunge tensione alla vicenda: sono pervenute dieci offerte totali per l’acquisizione dei complessi produttivi, ma soltanto due riguardano il perimetro integrale. Le restanti otto manifestazioni di interesse sono concentrate su singoli asset: impianti specifici, stabilimenti locali o rami parziali dell’azienda. Questo frammento delle offerte alimenta il rischio che si proceda con un’operazione di “smembramento industriale”, contraria alle richieste delle parti sociali di un progetto unitario.
In corso, inoltre, è l’attesa per il via libera politico da parte del governo: i commissari straordinari dell’azienda, in accordo con il Ministero delle Imprese, stanno valutando le proposte secondo criteri che includono la tutela occupazionale, la capacità di investire in decarbonizzazione e la sostenibilità finanziaria dei piani. Le valutazioni non sono scontate, e i tempi di risposta potrebbero essere estesi.
Sul piano occupazionale, il peso delle uscite è enorme: l’uscita programmata di migliaia di lavoratori non interesserà solo l’azienda diretta, ma l’intero indotto territoriale – fornitori, servizi, piccole imprese appaltatrici. Il rischio è che la contrazione dell’attività industriale generi un effetto domino nei territori fortemente dipendenti dalla presenza siderurgica, esacerbando le difficoltà economiche e sociali già presenti.
Elemento centrale della vertenza è la richiesta univoca dei sindacati: prima il piano industriale, poi la discussione sugli ammortizzatori sociali. Le organizzazioni hanno ribadito che il confronto non può partire dalla cassa integrazione (Cigs) senza che siano chiare le strategie di rilancio, gli investimenti e le garanzie sul futuro di impianti e territori. A Palazzo Chigi è stato chiesto un tavolo con urgenza, per comprendere le scelte politiche del governo e dirigere la vertenza entro parametri non meramente contabili.
Un elemento che pesa è l’assenza di soggetti industriali forti nel lotto delle offerte: molte manifestazioni provengono da fondi d’investimento finanziari, che puntano alla ristrutturazione e alla valorizzazione degli asset, non necessariamente a una gestione integrata sul lungo periodo. Questo tipo di approccio è visto con preoccupazione dalle parti sociali, che temono una fase di “predazione industriale” con attenzione al disinvestimento piuttosto che al consolidamento produttivo.
In parallelo, l’assenza di offerte industriali cospicue per l’intero complesso produttivo alimenta pressioni sul governo affinché consideri l’ipotesi di un ruolo diretto pubblico o una partecipazione statale attiva. Se il perimetro dell’offerta dovesse continuare a mostrarsi debole e frammentato, molti ritengono che l’ipotesi della nazionalizzazione – o di una struttura mista con forte presenza pubblica – rischi di divenire inevitabile.
Mentre i commissari concedono tempi per l’analisi, i lavoratori vivono una fase di profonda incertezza, in attesa di comunicazioni chiare sul loro futuro. Le rassicurazioni politiche non bastano: la credibilità delle scelte sarà valutata da ciò che emergerà in termini di garanzie concrete per occupazione e continuità produttiva.
Il piano Bedrock, con le cifre che circolano, segna dunque un punto di rottura: portare un’azienda strategica italiana al ridimensionamento drammatico del personale significa affidare alle scelte industriali future una responsabilità che va ben oltre il bilancio aziendale. Le prossime settimane decideranno se l’“ex” Ilva resterà uno snodo produttivo integrato o diventerà un mosaico di asset smontati, ciascuno con un destino autonomo.

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