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Energia e interconnessioni: 288 miliardi per un’Europa elettrica integrata e resiliente

L’Unione Europea accelera sulla costruzione di nuove infrastrutture energetiche per l’interconnessione elettrica tra gli Stati membri, puntando su un progetto di integrazione continentale senza precedenti. Con 21 infrastrutture già in costruzione, 39 in fase autorizzativa, 52 pianificate e 65 ancora in discussione, la strategia mira a collegare sempre più strettamente i sistemi elettrici nazionali, ridurre le emissioni, minimizzare gli sprechi e abbattere i costi complessivi dell’energia. È un ambizioso piano di transizione che ha nella sicurezza energetica e nella sostenibilità i suoi pilastri fondamentali. Il costo stimato per portarlo a termine: 288 miliardi di euro entro il 2040.


Il principio guida è semplice: più interconnessione significa maggiore efficienza. Quando un Paese ha un surplus di produzione, può esportare energia anziché sprecarla; quando ha un deficit, può importarla da partner più efficienti. Questo meccanismo consente di ridurre la necessità di centrali di riserva costose e sottoutilizzate, ottimizzando l’intero sistema europeo. Oggi l’obiettivo fissato da Bruxelles è che ogni Stato membro possa scambiare con l’estero almeno il 15% della propria produzione elettrica entro il 2030.


I progetti chiave già in fase di realizzazione parlano di una rivoluzione silenziosa ma profonda. Il Neu Connect sarà il primo cavo diretto tra Regno Unito e Germania, attraverso il Mare del Nord. Il Celtic Interconnector unirà Francia e Irlanda, mentre il Biscay Gulf collegherà Spagna e Francia. L’Italia è coinvolta nel potenziamento del cavo con il Montenegro e in altri 27 progetti, posizionandosi come secondo Paese per numero di iniziative in corso, dopo la Germania (35). Il Great Sea Interconnector, invece, collegherà Grecia e Cipro con Israele, segnando l’inizio di un corridoio energetico tra Europa e Asia.


Il valore di queste infrastrutture non è solo tecnico. L’interconnessione serve anche a sostenere la decarbonizzazione: la generazione da fonti rinnovabili – solare, eolico, idroelettrico – è per sua natura intermittente e distribuita. Se ogni Paese potesse “prestare” la propria energia in eccesso agli altri nei momenti di picco, la stabilità del sistema migliorerebbe enormemente. È qui che l’Europa può fare la differenza, grazie alla sua eterogeneità: il nucleare francese, l’eolico tedesco, il solare italiano e l’idroelettrico scandinavo possono convivere in un unico grande mercato integrato, rendendo inutile il dibattito interno su quale fonte prediligere.


Attualmente, il sistema europeo è già il più interconnesso al mondo, con oltre 400 linee transfrontaliere che collegano 600 milioni di cittadini. Secondo Entso-E (European Network of Transmission System Operators for Electricity), la capacità complessiva passerà dagli attuali 126 gigawatt a 161 gigawatt entro il 2030. Ma questo potrebbe non bastare. Il rapporto 2023 dell’Acer (Agenzia per la cooperazione dei regolatori dell’energia) ha evidenziato che l’UE ha sprecato oltre 12 terawattora di elettricità verde a causa delle congestioni di rete, pari a un danno economico di almeno 4,2 miliardi di euro. La proiezione al 2040 è ancora più preoccupante: se non si interverrà, si rischia di buttare oltre 100 terawattora all’anno, l’equivalente della produzione elettrica annuale di un intero Stato come il Belgio.


Per evitare questo spreco e rendere l’energia rinnovabile realmente utilizzabile, serve un potenziamento infrastrutturale massiccio. Il Ten-Year Network Development Plan redatto da Entso-E, e su cui si sono chiuse le consultazioni pubbliche nel marzo 2025, prevede nuovi corridoi energetici, rafforzamento delle dorsali esistenti, digitalizzazione dei nodi di scambio e standardizzazione delle tecnologie di rete.


A questo scopo, Bruxelles ha messo sul tavolo 288 miliardi di euro da investire entro il 2040, tra fondi pubblici e privati. Il pacchetto rientra nel piano REPowerEU, che mira a rendere l’Europa energeticamente indipendente, resiliente agli shock geopolitici e protagonista della transizione ecologica globale. Il progetto ha anche una valenza strategica: in un’epoca in cui la sicurezza energetica è tornata in cima alle agende dopo l’invasione russa dell’Ucraina, avere una rete integrata diventa essenziale per resistere a crisi improvvise o a interruzioni del flusso energetico da singoli Paesi.


In parallelo, crescono anche i progetti extracomunitari. Il cavo ELMED tra Italia e Tunisia, il collegamento Israele-Cipro-Grecia, il Tap per il gas dall’Azerbaigian e i nuovi accordi tra Nord Africa e Unione Europea per l’importazione di idrogeno verde, dimostrano come l’Europa stia investendo in una rete energetica sempre più estesa, non solo entro i propri confini.


La logica della “pace degli elettroni” si fa così largo tra tensioni internazionali e sfide climatiche. Mentre si discute di nucleare e carbone, la vera trasformazione passa per cavi, trasformatori, smart grid e sinergie tecnologiche. L’energia del futuro non sarà solo prodotta diversamente, ma viaggerà diversamente. E un’Europa connessa sarà anche un’Europa più forte, più verde e più autonoma.

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