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Diesel e greggio russo: l’UE rafforza i divieti, nuove tensioni sul mercato dell’energia e rischi per la raffinazione europea

L’Unione Europea ha deciso di intensificare le misure contro la Russia vietando l’impiego, anche indiretto, di greggio russo nei carburanti raffinati. Il nuovo provvedimento, incluso nel quattordicesimo pacchetto di sanzioni approvato contro Mosca, colpisce in particolare il settore della raffinazione e punta a chiudere una delle principali vie di elusione del divieto di importazione diretta di petrolio russo. Il regolamento impedisce ora agli importatori europei di acquistare diesel e altri derivati del petrolio se vi è il sospetto che siano stati prodotti utilizzando greggio di origine russa, anche se lavorati in Paesi terzi. La norma impone un’ulteriore verifica a carico degli operatori, che dovranno fornire una “prova di origine” certificata del petrolio impiegato per la produzione dei carburanti.


La misura entra in vigore in un momento particolarmente delicato per i mercati energetici. Dopo una fase di stabilizzazione dei prezzi dei carburanti, l’estate 2025 si presenta con un nuovo fronte di incertezza che rischia di compromettere l’equilibrio tra domanda e offerta di diesel in Europa. Il continente dipende tuttora in misura significativa dalle importazioni, soprattutto per quanto riguarda il diesel, e il divieto potrebbe ridurre l’offerta disponibile da Paesi che tradizionalmente operano come “raffinatori di passaggio”, tra cui India, Turchia ed Emirati Arabi Uniti. Questi Paesi acquistano greggio russo a prezzo scontato, lo raffinano localmente e rivendono i prodotti finiti sui mercati europei. Ora, con il nuovo vincolo, l’accesso a questi flussi viene messo in discussione.


Secondo le stime di alcune agenzie di analisi del settore, fino al 30% del diesel importato dall’UE potrebbe essere legato, direttamente o indirettamente, a barili russi lavorati fuori dall’Europa. Bloccare questi flussi significa esporre il mercato a potenziali carenze, soprattutto in caso di picchi stagionali di domanda. Gli operatori temono che il provvedimento possa causare un’impennata dei prezzi nel breve periodo, non solo del diesel ma anche degli altri carburanti intermedi e dell’intera filiera del trasporto su gomma, dall’autotrasporto commerciale ai servizi pubblici locali.


La Commissione Europea, dal canto suo, difende la misura come necessaria per colpire in maniera più incisiva le entrate petrolifere della Russia, che continuano a rappresentare una delle principali fonti di finanziamento del conflitto in Ucraina. Secondo i dati più recenti dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, nel primo semestre del 2025 Mosca ha incassato oltre 110 miliardi di dollari dall’export di combustibili fossili, di cui oltre il 40% ancora legato al petrolio greggio. Ridurre la domanda indiretta di greggio russo rafforzerebbe quindi l’efficacia complessiva del regime sanzionatorio europeo, chiudendo le scappatoie che ne hanno finora indebolito l’impatto.


La reazione degli operatori del settore è stata immediata. Le associazioni di categoria dei raffinatori e dei distributori europei hanno espresso preoccupazione per le implicazioni pratiche dell’obbligo di tracciabilità del greggio. In particolare, viene considerata difficile la verifica effettiva dell’origine del petrolio utilizzato nei processi di raffinazione al di fuori dell’Unione. Molti Paesi terzi, infatti, non dispongono di sistemi di tracciabilità trasparenti o certificazioni riconosciute a livello europeo. La norma rischia quindi di essere applicata in modo disomogeneo e di aumentare la complessità operativa delle importazioni, con ricadute sui costi e sui tempi di approvvigionamento.


Un ulteriore problema riguarda l’impatto sulle raffinerie europee, che si troveranno a competere in condizioni più difficili rispetto agli operatori asiatici e mediorientali. Alcune raffinerie europee, già in difficoltà per l’aumento dei costi energetici e ambientali, rischiano di perdere quote di mercato se non saranno supportate da misure compensative. In Italia, ad esempio, l’Unione Energie per la Mobilità ha chiesto un tavolo tecnico con il Ministero dell’Ambiente e il MIMIT per valutare eventuali interventi a tutela del sistema di raffinazione nazionale.


Il nuovo regolamento ha anche riflessi geopolitici. L’India, principale acquirente di greggio russo a prezzi ribassati, ha fatto sapere attraverso il proprio ministero del commercio che considera “ingiustificata” la nuova misura europea, giudicandola una forma di extraterritorialità commerciale. Le relazioni diplomatiche tra Bruxelles e Nuova Delhi potrebbero risentirne, anche alla luce dei recenti accordi di partenariato economico firmati nel quadro del G20.


Gli effetti sulle quotazioni del diesel non si sono fatti attendere. Nei primi scambi successivi alla pubblicazione del regolamento, i future sul gasolio hanno registrato un balzo del 5,4% sul mercato ICE di Londra, con prezzi che si sono avvicinati alla soglia dei 900 dollari per tonnellata. Gli analisti ritengono che nei prossimi mesi la volatilità resterà elevata, con la possibilità di nuove fiammate qualora la domanda cresca oltre le attese o si verifichino interruzioni nell’offerta alternativa, come nel caso delle esportazioni statunitensi colpite da eventi climatici o da problematiche logistiche.


La questione apre anche un fronte interno tra gli Stati membri. Alcuni Paesi, tra cui Ungheria e Slovacchia, hanno chiesto deroghe temporanee al nuovo obbligo, sostenendo che le proprie economie dipendano ancora fortemente da carburanti raffinati importati da aree ad alto rischio di miscelazione con greggio russo. La Commissione ha risposto che eventuali esenzioni saranno valutate caso per caso, ma ha ribadito l’importanza del principio di coerenza sanzionatoria per garantire l’efficacia dell’intervento.


Infine, il nuovo quadro regolatorio rischia di rendere ancora più complesso il processo di decarbonizzazione del comparto carburanti. Alcuni osservatori sottolineano come il rafforzamento delle sanzioni sul diesel possa rallentare gli investimenti in biocarburanti e tecnologie alternative, a causa dell’incertezza normativa e del possibile aumento dei costi di compliance. L’industria si trova dunque a fronteggiare un duplice vincolo: da un lato, una crescente pressione verso la sostenibilità e la transizione energetica; dall’altro, una necessità sempre più stringente di adattarsi a un contesto geopolitico e regolatorio in rapido mutamento.

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